Serra e il tradimento della sinistra

Maurizio Crippa

La sua Amaca non è “classista” (solo gli idioti lo pensano). E’ una denuncia di due problemi che impediscono all’Italia di crescere. L’ascensore sociale bloccato e la menzogna per cui alle “classi subalterne” si può solo regalare il populismo

Milano. “Se oggi Friedrich Engels pubblicasse ‘Le condizioni della classe operaia in Inghilterra’, i social lo aggredirebbero, chiedendosi ‘come si permette, questo borghese con il culo al caldo, di parlare così male del popolo dei suburbi’. Se Karl Marx scrivesse le sue severe considerazioni sul Lumpenproletariat (proletariato straccione), o il socialista Orwell riscrivesse il suo reportage sul ‘cattivo odore del proletariato’, idem. La contraffazione oramai è perfetta: non dire mai che il popolo ‘sta sotto’, non dire che è messo male, non dire che ha meno e che sa di meno”. Così ha scritto Michele Serra domenica su Repubblica, costretto a spiegare in un lungo articolo ciò che aveva scritto in una cristallina e autoevidente Amaca due giorni prima. Nella quale, prendendo spunto – ma solo spunto – dai casi di bullismo a scuola aveva scritto: “Tocca dire una cosa sgradevole, a proposito degli episodi di intimidazione di alunni contro professori. Sgradevole ma necessaria. Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Cosa che da un lato ci inchioda alla struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società (vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo), dall’altro lato ci costringe a prendere atto della menzogna demagogica insita nel concetto stesso di ‘populismo’”. Due, ha scritto che “il populismo è prima di tutto un’operazione consolatoria, perché evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari”.

  

Dover spiegare in lungo qualcosa di chiaro già scritto in sintesi è forse pure umiliante, ma gli stupidi da social network impongono così. Sull’Amaca di Serra si è scatenato un putiferio. Seguito da un dibattito anche più surreale: chi sottolinea (in positivo) che quello che si scrive sui giornali viene notato soltanto per ciò che genera sui social, e questo getterebbe ulteriore discredito sui giornali come quelli “su cui scrive la gente come Serra”. E chi nota che di solito sui social non si legge, si insulta e basta. Argomenti interessanti, ma per un altro articolo.

 

Qui invece interessa questo. Michele Serra sbaglia in una cosa, o è troppo ottimista: se Engels o Marx scrivessero oggi, non sarebbero soltanto i social ad aggredirli al grido dell’orgoglio populista. Sarebbe proprio “la sinistra”, o presunta tale. Perché l’aspetto importante, dirompente, per certi versi rivoluzionario della sua Amaca non è ovviamente il “classismo” (non vale nemmeno la pena commentare i piccoli populisti à la Luca Telese). Il tema messo nel mirino da Serra è un altro, ed è un tema totalmente politico. O anche due. Da una parte, l’Italia come sistema sociale bloccato (“vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo”). Dall’altra il fatto che la “subalternità delle classi popolari” – quantomeno riferita alle possibilità dell’istruzione e dunque di salire sul famoso ascensore sociale – esiste. E l’averla negata (“evita di prendere coscienza”) equivale a perpetuarla. Dunque, è un tema politico. Non la scuola. Non il bullismo. La politica, la sinistra. E non solo la sinistra.

 

Andiamo con ordine. Il tema dell’ascensore sociale. Solo un idiota può pensare che sia una espressione classista – le classi popolari stiano al loro posto. 

 

Il tema dell’ascensore sociale bloccato è uno di quelli da anni nel mirino del Censis e di ogni rapporto Istat, nonché di ricorrenti studi sociali che spiegano come l’Italia fatichi a crescere economicamente anche per questo blocco. Persino i giovani che non fanno figli (declino demografico uguale regressione economica) ne sono spesso condizionati. L’ascensore sociale non va interpretato come un problema etico, da buonismo solidale. Ma esattamente come un problema di sviluppo dell’intero paese. “Vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo” significa che la base di partenza per gli studi superiori è e resta sempre ristretta, in un paese che soffre di una cronica penuria di “cervelli”. Un percorso di studi meno elevato significa minor possibilità di accesso a lavori meglio pagati, a una mobilità anche fisica che non sia solo “emigrazione” dura e pura. Minor reddito, minor creazione di ricchezza nazionale, minor massa critica per l’innovazione. Che invece sono ciò che serve: “al popolo” (versione tradizionale di sinistra) e anche al “capitale” (versione liberista).

 

Invece che cosa accade? E’ l’altro punto di Serra, il più difficile da ingoiare per un ceto politico e intellettuale sclerotico. Accade che c’è stata una grande negazione, una grande rimozione. Storicamente, ha riguardato soprattutto la sinistra. L’ideologia egualitaria su base “Costituzione più bella del mondo” o su base buonista ha sempre negato che la scuola “non è” uguale per tutti. Invece lo è. Perché frequentare un certo istituto tecnico o crescere in un certo contesto sociale che non considera produttivo l’investimento in istruzione – e con una scuola di stato che permette ai professori migliori, con la menzogna sindacale del “tanto lo stipendio è uguale” di fuggire nelle migliori scuole, tranne i molti, tantissimi “eroi” – significa frequentare un’altra scuola, in un altro paese. Ancora qualche anno fa, non troppi, fuori da un liceo romano dirimpettaio di un istituto tecnico i liceali esponevano cartelli di sfottò: “La prossima classe dirigente saluta la prossima classe operaia”. E questo può essere bullismo classista, ma dice il vero. Chi invece ha responsabilità politiche ha sempre risposto che la scuola “è uguale per tutti”, e ha nascosto la verità. Così la sinistra, o la “repubblica dei partiti” se vogliamo essere equanimi, che a parole avrebbe dovuto farsi carico della “sottomissione dei ceti popolari” non l’ha fatto. E ha regalato il popolo al populismo. A “un’operazione consolatoria”. Dice Serra: “Peccato che l’intera storia della sinistra parta dalla coscienza della sottomissione dei ceti popolari. La sua storia migliore è storia di emancipazione non solamente economica, anche culturale”. Ecco, è questo che ha fatto male a tanti, e ha reso indigeribile l’Amaca.

 

Ovviamente non è solo questione di sinistra: togliere “sottomissione dei ceti popolari” è sempre stato conveniente a tutte le società libere. Pasolini voleva abolirla, la scuola dell’obbligo. Non è detto che avesse torto. Oggi forse starebbe dalla parte della destra o forse del populismo. Non è detto. Ma chiunque abbia un’idea corretta delle necessità di sviluppo di una società libera, sa che la cosa più importante è mettere più persone possibile nelle condizioni di competere al miglioramento di sé e in generale.

 

Obama disse forse l’unica cosa davvero di sinistra quando alla comunità dei giovani afroamericani rivolse queste parole, più o meno: piantatela di piangervi addosso e mettetevi a studiare. Non disse “fate la rivoluzione”, ma il senso è quello. L’alternativa è il masaniellismo, non la rivoluzione: né quella comunista, né quella liberale. Nella diseguaglianza, secondo molti, c’è un valore. Non ne discutiamo qui, ma è evidente però che sia una realtà, e come ogni livello diseguale, può diventare una leva. E questa leva può essere anche la rivoluzione meritocratica. Serra nota giustamente che dall’aver regalato al populismo le classi “subordinate” nasce anche il disprezzo del sapere, della politica, eccetera. E questo è il punto. Tomaso Montanari su MicroMega ha spiegato, dal suo punto di vista, “perché” i lettori non hanno capito Serra: “Come possiamo dimenticare che da noi, negli ultimi venticinque anni, un establishment ignorante e corrotto come in pochi altri paesi del mondo – e la cui stessa esistenza smentisce alla radice l’assioma di Serra per cui ‘il rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza’ – ha devastato l’Italia, culturalmente e socialmente?”. Ecco, adesso che “le classi subalterne” non se lo dimenticano più, il disastro è definitivamente fatto. Ma questo non le toglierà dalla subalternità, non le metterà sull’ascensore sociale, non farà crescere l’Italia. Si sono arrabbiati con Serra perché ha detto questo.

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