Egon Schiele Liebesakt, Studie

La fatica di dire no

Annalena Benini

Non solo sesso. Quante volte diciamo sì, e il pensiero è: Dio mio no. Il problema del consenso

A volte dire sì significa solo: non ho tempo di dire no. Sono stanca, imbarazzata, devo fare altre mille cose, non voglio umiliarti, faccio prima a dire sì, o significa anche: ho cambiato idea ma non ho la forza di spiegartelo. Un articolo del New York Times, “Quando dire sì è più facile di dire no” ha cercato di raccontare la complessità del consenso sessuale, le volte in cui si è detto sì pentendosi un minuto dopo o un minuto prima, la notte in cui ci sarebbe stato lo spazio per dire: scusa ma chiamo un taxi, e invece per una forma di paralisi o di gentilezza o di entrambe si è rimaste lì, pensando: non è la fine del mondo, ci penserò dopo, e dopo ci si sente uno schifo. “La situazione che pensavi di volere, o forse non hai mai davvero voluto, ma in qualche modo eccoti qui e sta succedendo e vuoi disperatamente uscirne, ma sai che a questo punto uscirne sarebbe più difficile che starsene lì e aspettare che finisca. In altre parole: dire di sì quando intendiamo no”. Succede anche agli uomini: credevano di volere, poi non vogliono più, ma tirarsi indietro è brutto, e però quella prima volta sarà anche l’ultima, i messaggini si diraderanno fino a scomparire. Si è molto parlato di un racconto pubblicato dal New Yorker, “Cat person”, di Kristen Roupenian, su una notte di sesso andata male, una notte che Margot credeva di volere e che invece a poco a poco si è trasformata in un disastro, portata a termine nella zona grigia di un sì controvoglia.

 

Ci ho pensato, e ho pensato che cediamo a molti altri tipi di sì (non esiste solo il sesso, in effetti, anche se in questo periodo sembra incredibile), mentre la reazione sincera sarebbe: Dio mio no. Sul lavoro, quanto è più facile dire sì, quanto è più veloce? Pensi: oh no, dici: certo sì, e ti carichi del fardello di quello che non vorresti fare neanche per un secondo, ma contemporaneamente ti liberi del macigno di spiegare il tuo no, discutere, negoziare, trattare, degenerare. Succede, si chiama: giornata storta. Provate a contare i sì che ricevete, pensate forse che siano dei veri sì, dei sinceri sì? Molto più spesso sono dei pigri sì, dei beneducati sì, dei pusillanimi sì. Come quelli che diciamo ai nostri figli, per sfinimento, per stanchezza, quando dovremmo assolutamente dire no e ancora no, ma è sabato sera, e non ne possiamo più, e se Andrea gioca due ore con il Nintendo non crollerà il mondo. Il consenso è una faccenda complicata: la sua origine, il fine, la libertà, la coercizione, la gentilezza. Quanti gentilissimi sì diciamo quando sarebbe molto più ragionevole e sensato e giusto dire no? Perché ho accettato di raccogliere i soldi e comprare i regali di Natale alle maestre di mio figlio? Forse perché mi sento in colpa? Il mio corpo gridava: vi prego no, ma tutti i genitori hanno visto la mia bocca sorridere e dire: sì. Per la fatica di dire no.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.