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In questo romanzo di Vanzina c'è tutta la "troppità" di Roma

La recensione di "La sera a Roma", nell'unica rubrica che vi dice come parlare di libri (senza perdere tempo a leggerli)

6 Ottobre 2018 alle 06:00

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Shottini è un'idea di Andrea Ballarini. Video ed editing di Enrico Cicchetti


 

Siamo qui al Caffè Doney di Via Veneto perché il libro di cui parliamo oggi ha a che fare col cinema e quindi la sede sembrava perfetta. Ma andiamo con ordine.

  

Come si capirà dalla prosodia, io non sono romano equando sono venuto qui, ormai un bel po’ di anni fa, non ho potuto fare a meno di essere investito dalla troppità di questa città: troppo grande, troppo bella, troppo nobile, troppo cialtrona, troppo tutto. Su Roma è stato detto di tutto, sia nel bene che nel male, e io come milanese sono in una posizione insostenibile perché se ne dico male sono il solito baùscia, mentre se ne dico bene è una tipica captatio benevolentiae un po’ pelosa. Proprio per questo mi sono ritrovato molto nell’ambivalenza nei confronti della Capitale che è uno dei punti forti del libro di cui parliamo oggi.

  

Il libro è “La sera a Roma” di Enrico Vanzina, pubblicato qualche mese fa da Mondadori. Enrico è figlio di Steno, quel genio assoluto che ha reso immortale il Nando Moriconi di Alberto Sordi alle prese cor bucatino. Enrico insieme al fratello Carlo, recentemente scomparso, ha realizzato alcune delle commedie più di successo degli ultimi trent’anni. Quasi tutte hanno fatto storcere un po’ la bocca alla critica, ma da noi si sa: ti perdonano tutto tranne il successo.

  

La trama del romanzo è un giallo classico: Federico, sceneggiatore di successo con qualche tentazione extraconiugale che rischia di fargli perdere la moglie, l’unica donna che abbia mai veramente amato, viene avvicinato da un consulente finanziario legato alla nobiltà nera romana che gli chiede una raccomandazione per un giovane attore. Enrico lo incontra e lo trova artisticamente una pippa. Peccato che questo il giorno dopo si renda inopinatamente defunto, per dirla con Gadda, grazie a due colpi di pistola.

  

Da qui parte la trama gialla vera e propria, che non vi racconto nel caso vi venisse voglia di leggere il libro.... no, ma non vi verrà... la trama gialla vera e propria dicevamo, che conduce Enrico a indagare senza darlo troppo a vedere nella Roma del centro. Un Roma tutta palazzi della nobiltà nera, contesse scricchiolanti nei loro salotti settecenteschi, marchesi senza una lira ma snobissimi e mogli di duchi che cercano di sfuggire al tempo che passa concedendosi avventure più o meno sessuali che le rassicurino sul loro fascino sul viale del tramonto. Naturalmente non mancano i personaggi canonici del giallo: il commissario pacioso ma sagace, il giornalista di nera disposto a quasi tutto per lo scoop, l’amante ambigua ecc.

  

Il modello olimpico a cui inevitabilmente non si può non fare riferimento – e quindi ditelo subito quando parlerete di questo libro senza averlo letto – è la Donna della Domenica della premiata ditta Fruttero & Lucentini. Anche qui, come là, il dipanarsi dell’inchiesta consente di fare un ritratto lieve, ma sociologicamente impeccabile, di una certa fauna umana della città, senza metterla giù troppo dura.

  

Il libro di Vanzina, rispetto a quello di Fruttero & Lucentini ha delle differenze: in primo luogo il protagonista riflette in prima persona sulle cose che vede e le persone che incontra e lascia trasparire degli irrefrenabili slanci di amore e odio per Roma; amore perché ci è nato e perché è talmente bella che non si può non amarla, e odio perché basterebbe pochissimo per rendere questo posto un paradiso ma l’indolenza, la sciatteria e la cialtroneria dei romani la lasciano così, sempre col motore al minimo. Il che provoca un’irritazione bestiale in chi abbia voglia di guardarsi attorno o che ha visto questa città in momenti migliori.

  

L’altra grande differenza è l’avere mescolato personaggi di invenzione con persone veramente esistite, a partire da Steno stesso a Monicelli, a Dino Risi e ad altri che Enrico Vanzina ha frequentato e di cui è stato amico. Il che da una parte accresce il senso di verità della storia, dall’altra avvicina il romanzo a certe cose del new journalism (Enrico da anni ha una rubrica sul Messaggero in cui osserva la sua città e i suoi abitanti con l’occhio del moralista di stampo settecentesco) e dall’altra ancora immerge il tutto in una lieve malinconia che stempera la ferocia di certe osservazioni da amante deluso. Quella stessa malinconia che ogni romano, anche il più caciarone porta dentro di sé, sotto una bella scorza di cinismo.

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