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Perché regionalizzare l’istruzione è un’idea “peregrina”

Il sociologo Sciortino non condivide la proposta del ministro Bussetti. "I professori più bravi non si trovano sempre nel proprio quartiere. Non vorrei che a Vicenza, tra dieci anni, le lezioni si facessero in dialetto vicentino"

26 Ottobre 2018 alle 10:32

Perché regionalizzare l’istruzione è un’idea “peregrina”

(Foto Pixabay)

Roma. “Direi semmai che non è peregrina”. Più che contraddirlo, Giuseppe Sciortino sceglie di correggere il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, che ieri si diceva favorevole al progetto di regionalizzazione di professori e presidi, voluto con forza dal Veneto e dalla Lombardia nell’ambito del riconoscimento dell’autonomia. “Idea virtuosa”, la definiva il ministro. “E non per questo lo si deve condannare”, dice Sciortino, ordinario di Sociologia all’Università di Trento e tra i massimi esperti italiani di politiche scolastiche. “Non bisogna condannarlo ma neppure ci si deve esimere dal dire che l’idea che lui ritiene virtuosa è in verità una soluzione inutilmente complicata, e forse perfino pericolosa, a un problema serio”.

 

In passato la fregola regionalistica applicata alla scuola è stata liquidata spesso come una boutade leghista. “Ed è stato un errore, perché così facendo si è rinunciato a prendere consapevolezza di alcuni problemi reali. Il primo, su tutti: le enormi difficoltà nel reclutare docenti preparati, motivati e giovani”. Stipendi troppo bassi? “Sì. Ma il punto è anche un altro: quello della scuola viene percepito come un ambiente assai poco stimolante, per un neo laureato”. Poi? “Poi c’è una scarsissima autonomia scolastica, questo è innegabile. Ogni volta che ci si prova a concedere un po’ di potere ai presidi, in Italia si grida allo scandalo. E infine, un sistema che anziché annullarle, le differenze semplicemente le nasconde: e così i voti della maturità, al Sud, sono sempre più alti rispetto al Nord, nonostante i test Invalsi mostrino una realtà rovesciata”.

 

Perché non credere, allora, che l’autonomia regionale sia una buona strada? “Perché significherebbe rassegnarsi a una disuguaglianza che non è solo legata alla didattica. Se gli alunni di Milano sono mediamente più bravi di quelli di Enna, lo si deve soprattutto a un contesto economico e sociale diverso”. Ma un lombardo forse proprio per questo vorrebbe l’autonomia. “Finora, non mi pare che le regioni che chiedono più poteri sulla scuola abbiano dato alcuna prova di virtù. Penso al pedagogismo esasperato, all’ipersindacalizzazione, a tutti gli altri mali endemici della scuola italiana: ecco, procedendo con la regionalizzazione si finirebbe semplicemente col trasferire sul territorio queste storture che ora sono, in apparenza, soprattutto romane”.

 

Veneto e Lombardia guardano al modello trentino. “Ma Trento ha un’autonomia privilegiata, per motivi storici: le altre regioni non avrebbero di certo gli stessi fondi. E poi, diciamocelo: quando si parla di adeguare al contesto locale l’offerta didattica, si apre la strada a derive potenzialmente deliranti. Non vorrei che a Vicenza, tra dieci anni, le lezioni si facessero in dialetto vicentino”. Vede questo rischio? “L’appetito vien mangiando, in questi casi. Stesso discorso con i concorsi. Al momento, l’idea è quella di renderli comunque accessibili.

 

Anche se sono di Gela, potrei comunque fare il concorso in Veneto: semplicemente poi entrerei nelle graduatorie valide solo per quella regione. Ma la tentazione di restringere i concorsi ai soli docenti residenti sul territorio è stata più volte palesata, dalla Lega: e l’idea di reclutare gli insegnanti solo nella propria regione, o magari nella provincia, la trovo sbagliata. Soprattutto per gli alunni, che di certo crescono meglio se entrano in contatto con docenti di estrazione geografica varia. Anche solo per semplici motivi statistici, è difficile che i professori più bravi li si trovi sempre e solo nel proprio quartiere, no?”.

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