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Il vittimismo degli insegnanti del Sud

La retorica delle proteste e lo stesso vittimismo dei No Tap. Obiettivo: presentare i professori deportati come ulivi espiantati

14 Gennaio 2018 alle 06:00

Il vittimismo degli insegnanti del Sud

Un ulivo espiantato nell'area del cantiere del gasdotto Tap (foto LaPresse)

Mi ero allarmato, a dire la verità, perché seguendo il blog dei Nastrini Rossi – gli insegnanti meridionali che contestano i trasferimenti al nord – non avevo ricevuto aggiornamenti da che a giugno era stato proclamato uno sciopero bianco: talmente sciopero, e talmente bianco, che da sei mesi il sito tace. Giovedì 4 gennaio i Nastrini Rossi sono tornati, con un sit-in davanti alla sede della Regione Puglia; forse perché più di tremila pare provengano da lì, forse perché sperano di trovare ascolto presso il presidente Emiliano, notoriamente sensibile alle rodomontate etico-territoriali, forse perché era datato Bari quest’ultimo proclama che recitava così: “Il Sud si gioca il tutto per tutto: oggi Miur e sindacati stanno decidendo le sorti degli alunni del mezzogiorno, soprattutto di quelli più svantaggiati perché la continuità didattica non è un diritto solo al Nord. E allora i docenti dei Nastrini Rossi non possono stare a guardare”.

 

Sei mesi dopo il rimescolio delle cattedre, il sit-in è stato convocato per protestare contro “una politica che imperterrita ignora le richieste delle genti del Sud”. Queste genti, nello specifico, sono “soprattutto donne con età media di 50 anni altamente specializzate e con un ruolo nella società del Mezzogiorno ben definito”; la colpa della politica sta nell’avere “stabilizzato i contratti prima a tempo determinato ma di fatto rendendo precarie le vite di migliaia di insegnanti” per mezzo di “un piano di mobilità che costringe, ancora una volta, a imporre ai docenti di ruolo di restare al Nord, nonostante siano banditi nuovi concorsi, senza tenere in considerazione che la mobilità ha precedenza sulle assunzioni, esattamente come già avviene in ogni comparto della pubblica amministrazione”.

 

Su queste pagine si è già ravvisato a più riprese quanto fosse sorprendente che un lavoratore precario protestasse per il passaggio al tempo indeterminato, tanto più dopo avere volontariamente – come prevedeva la legge 107 – presentato una domanda in cui dichiarava disponibilità al trasferimento in qualsiasi provincia, al punto che non era possibile compilarla senza inserirle tutte quante in ordine di preferenza; e anche il dibattito sul diritto al posto di lavoro sotto casa è ormai usurato. Sarà per questo che la persistenza, benché intermittente, della protesta dei Nastrini Rossi è degna di nota per il passaggio di grado: quell’espressione dal retrogusto biblico, “le genti del Sud”, è spia di una retorica che trova terreno fertile in un contesto vittimista, di cui ha dato esempio preclaro la faccenda del gasdotto Tap. Scopo dei Nastrini Rossi è presentare gli insegnanti deportati come ulivi espiantati: non danno circoscritto ma accanimento contro il territorio.

 

Dopo il proclama estivo, su Facebook i Nastrini Rossi hanno espanso il proprio battage in due direzioni: da un lato un timido tentativo di dire la propria su temi della politica corrente, a cominciare dallo ius soli; dall’altro una corposa mitologia del compianto per essere reiteratamente sottoposti a “gogne mediatiche dovute a punti di vista del tutto opinabili che contribuiscono a mettere in cattiva luce gli insegnanti e il mezzogiorno”, a “servizi giornalistici ‘di parte’ che raccontano verità distorte”. Perfino un equilibrato servizio del Tg1, che notoriamente non è una testata da combattimento, sui social è stato confusamente tacciato di partigianeria: “Abbiamo sdoganato la tv di stato e per di più in prima serata… Peccato poi semplificare con il resto. Evviva i #nastrinirossi e avanti tutti con le nostre ragioni nonostante si cerchi di manipolare la verità”. La verità, dunque, coincide con le ragioni dei Nastrini Rossi, e la strada per il riscatto del sud, secondo loro, è lastricata di immobilismo e burocrazia. Il resto è fumo retorico, come la scelta stessa del simbolo del movimento: “NASTRINI ROSSI… intrecciati tra loro… per affermare con forza l’AMORE… per la nostra PROFESSIONE, per la nostra FAMIGLIA, per la nostra TERRA…”. Speriamo non siano in troppi a insegnare italiano.

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Commenti all'articolo

  • pg.to

    14 Gennaio 2018 - 14:02

    Purtroppo molti di loro insegnano effettivamente italiano, con il risultato che è sotto gli occhi di tutti: tutta l'Italia, da Nord a Sud non sa più parlare correttamente la propria lingua...

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