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La fine di MonSatana

Bayer compra Monsanto e cancella il marchio. Spariranno anche i pregiudizi sugli Ogm?

10 Giugno 2018 alle 06:04

La fine di MonSatana

Fate conto che qualcuno, un amico, un parente, una figlia, un nipote sia nato nel 2000 e quindi compia quest’anno 18 anni: sarebbe uno degli ultimi cosiddetti Millennials. Immaginate che alla sua nascita una persona affettuosa abbia deciso di fare al nascituro un regalo, scegliendo di donare cento azioni di un’azienda quotata in borsa. Guardando quali erano le speranze e le prospettive al volgere del millennio la scelta era caduta sull’azienda biotech Monsanto di St. Louis. Il regalo costava nel 2000, 1.156 dollari per cento azioni. Non c’era ancora l’euro e la cifra in lire era di circa due milioni e trecentomila lire, uno stipendio mensile dignitoso. In quell’anno il governo italiano si era distinto per aver emanato un decreto (era il 4 agosto, presidente del Consiglio Giuliano Amato) che vietava l’importazione di quattro tipi di macinati di mais Ogm spiegando che avrebbero potuto diffondersi nei campi: una farina di mais che si riproduce? Puro delirio. Nello stesso decreto si autorizzava l’importazione di tre olii di colza Ogm sulla base del fatto che nell’olio c’è poco dna. Come se il dna, invece, si riproduce solo se è molto abbondante: roba da bocciatura all’esame di terza media. Il decreto verrà abrogato pochi anni dopo (ossia solo il divieto di importare farine di mais Ogm).

 

Tre anni dopo, nell’agosto del 2003 le azioni Monsanto valevano 13 dollari l’una, avendo quindi mantenuto più o meno il valore iniziale. Quello fu un anno torrido. Non piovve per molti mesi, il caldo era già feroce a maggio e nemmeno sulle Dolomiti ci fu abbastanza acqua per produrre il fieno necessario alle vacche. Dalle malghe i pastori scesero a Roma per andare a pregare il papa Giovanni Paolo II. Come se questo gesto potesse far piovere, ma non ci fu verso e dovettero acquistare i mangimi per sfamare d’inverno le mandrie. In Piemonte era governatore Enzo Ghigo e ad agosto 2003 esplose il caso del mais coltivato che forse era involontariamente, in piccolissima parte, anche mais Ogm. Fu un dramma nazionale. Analisi e controanalisi col procuratore Gian Carlo Caselli (rientrato a Torino dopo aver affrontato la mafia a Palermo) a coordinare le indagini affidate a un magistrato esperto come Raffaele Guariniello. Il responso delle analisi decretò che una parte del mais seminato in quattro regioni italiane era anche Ogm. Apriti cielo. Le ruspe (le avevano già inventate) si misero in moto (ma solo in Piemonte, nelle altre regioni non accadde nulla) e rasero al suolo 400 ettari di mais che forse era in parte Ogm. Dalle analisi si appurò che la commistione involontaria di semi dai mais Ogm tra quelli tradizionali era tra lo 0,11 e lo 0,02 per cento. Ossia il limite minimo di sensibilità degli strumenti tecnici. Un seme di mais così lo si può usare anche come mais biologico. Ma era l’estate del 2003 e faceva molto caldo. Faceva troppo caldo. Troppo caldo per non fare nulla e così la giunta piemontese decise di radere al suolo 400 ettari di eccellente mais che era sopravvissuto alla peggiore arsura degli ultimi decenni. Come contribuenti abbiamo tutti pagato i 500 mila euro (era arrivato l’euro intanto) di spese relative e nessuno ha mai anche solo tentato di denunciare la Monsanto, che pure tutti indicavano come la colpevole del pasticcio.

 

Ma un buon politico non dimentica e così a marzo 2005 il Governo, ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, vara due leggi contro gli Ogm: una per vietare di fatto la sperimentazione in pieno campo di piante geneticamente migliorate dalla ricerca scientifica pubblica, quindi contro gli scienziati italiani, e l’altra per regolare le coltivazioni commerciali di piante Ogm. Questa seconda legge era così malfatta e squilibrata (contro gli Ogm) che fu quasi tutta abrogata l’anno successivo la Corte Costituzionale. In quel marzo 2005 le azioni Monsanto valevano 30 dollari l’una e quindi il gruzzolo valeva 3 mila dollari. In Italia l’avversione a Monsanto e agli Ogm non smette d’infuriare con polemiche raggiungono la stampa internazionale. Si diceva che gruppi di ricerca vicini al Governo e fortemente anti-Ogm avessero nascosto dati favorevoli alla sicurezza sanitaria del mais Ogm. Parte di questi dati (taciuti allora) sono stati ripresi e validati pochi mesi fa da un’indagine condotta da ricercatori della Scuola Superiore S. Anna di Pisa. Nonostante questo, a giugno del 2007 le azioni Monsanto raggiungevano i 62 dollari l’una.

 

A questo punto, con la ricerca scientifica ingabbiata dalle leggi, scendono in campo gli agricoltori friulani e nel 2010 Silvano Dalla Libera vede riconosciuto il suo diritto a piantare mais Ogm del tipo Bt sui terreni di sua proprietà da una sentenza del massimo organo amministrativo, il Consiglio di stato. Siamo così a dicembre 2010 e il valore delle azioni Monsanto è ancora salito a quota 66 dollari l’una. Ma tra il dire e il fare in Italia si sa che passano vasti mari. Impaziente degli ostacoli posti dal ministero dell’Agricoltura un secondo agricoltore friulano, Giorgio Fidenato, decide di piantare mais Ogm e di autodenunciarsi alla magistratura per discutere in tribunale dei suoi diritti. Nel 2012 tutto sembra crollare. Il processo Fidenato sembra andare male con la Regione Friuli, la provincia di Pordenone, Slow Food e Coldiretti che si presentano come parti civili pretendendo di essere state lese dalle coltivazioni di mais Ogm di Fidenato. Intanto il prof. Eddo Rugini all’Università della Tuscia viene costretto a mandare al rogo 35 anni di ricerche, bruciando le piante di kiwi, ulivo e ciliegio ogm su cui stava conducendo una sperimentazione nei campi dell’Università. Siamo nel 2012 e malgrado quanto accade in Italia le azioni Monsanto raggiungono gli 84 dollari cadauna.

 

Passa solo un anno e a primavera 2013 Fidenato vince il processo e lui e Silvano Dalla Libera piantano mais Ogm del tipo Bt sui loro terreni, lo raccolgono sotto gli occhi di Digos, Carabinieri e Guardia forestale, lo vendono regolarmente con tanto di fattura e ricevono anche le regolari sovvenzioni per il mais erogate a tutti gli agricoltori. Il mais Ogm fiorisce a luglio 2013 e le azioni Monsanto valgono 100 dollari l’una. Ma un simile smacco non poteva essere tollerato e la politica nazionale inventa nuove leggi ostili agli Ogm dopo che quelle del 2001 (del Governo Amato-Pecoraro Scanio) erano state abrogate dalla sentenza 2013 favorevole a Fidenato. Anche l’Europa nel 2015 vara una norma che consente di vietare la coltivazione di Ogm anche se non fanno alcun danno sanitario o ambientale. Fidenato prosegue nella sua opera solitaria e a settembre 2017 la Corte europea di Giustizia abroga le leggi italiane redatte nel 2013 e 2014, spiegando anche che il principio di precauzione non si applica agli Ogm dato che hanno una normativa accuratissima e che garantisce tutti gli attori, l’ambiente a la salute pubblica. In barba alle vicende tricolori degli Ogm, le azioni Monsanto toccano quel settembre 2013 i 118 dollari l’una.

 

E siamo a oggi. L’azienda dell’agrochimica tedesca Bayer ha definitivamente acquistato la Monsanto e la sua eccellente collezione di semi. Il marchio Monsanto sparirà. Le azioni Monsanto valgono a giugno 2018 127,56 dollari l’una. La diciottenne o il diciottenne che le avesse avute in regalo alla sua nascita, un regalo di poco più di mille dollari, ne riscuote oggi oltre 12 mila: ben più del discreto stipendio mensile che valevano nel 2000. Per paragone chi ha investito in oro nel 2000 (ossia in anni in cui tutto andava bene, il prezzo dell’oro era basso) avrebbe oggi un controvalore solo tre volte maggiore, ossia 4 volte peggio delle azioni Monsanto.

 

Cosa succederà in futuro è difficile dirlo. I veleni delle polemiche contro Monsanto cercheranno di migrare ovunque ci siano aziende che si occupano di agricoltura che non usino dei termini vuoti e ingannevoli come: verde, sostenibile, naturale, ecocompatibile, biologico. Termini che senza numeri, dati, parametri, valore delle emissioni di gas serra, consumo di acqua per chilo di prodotto generato e così via si riducono a semplici specchietti per le allodole. Più in generale si può dire che una grandissima azienda della chimica come Bayer sta puntando ora sui semi e così facendo sta aumentando i suoi interessi per un’agricoltura dove le resistenze genetiche alle malattie e la difesa delle piante avranno più spazio rispetto all’uso degli agrofarmaci. Una buona prospettiva forse per l’Europa che ha ospitato finora le prime tre aziende al mondo come fatturato nell’agrochimica e che, non a caso, consuma molti più agrofarmaci degli Stati Uniti pur essendo uno scarsissimo produttore di beni agricoli. Ma i progressi del miglioramento genetico delle piante dovranno passare per le nuove tecnologie del genome editing dove l’Italia ha già delle eccellenze scientifiche e dei laboratori all’avanguardia, ma dove la politica fa di tutto per accumulare altri ritardi e ostacolare la scienza. Ma queste scelte miopi dell’Italia continueranno a non incidere sui destini delle decisioni globali dell’agricoltura.

 

Di certo non verseremo lacrime per la scomparsa del marchio Monsanto che è riuscito contemporaneamente a raggiungere due record opposti: un'azienda che ha valorizzato in maniera spettacolare le innovazioni tecnologiche del miglioramento genetico vegetale, ma che si è inimicata scienziati pubblici e consumatori come nessun'altra al mondo con una politica aggressiva, sorda e arrogante.

 

Errori che i Millennials devono ricordare per non ripeterli e per poter consentire alle tecniche del genome editing di poter liberare le loro immense potenzialità, indispensabili a produrre il cibo del futuro in un pianeta che deve recuperare degli equilibri interni non basati sulle profezie (biodinamiche) o sulle strategie muscolari (Monsanto), lasciando nello scorso millennio anche queste ideologie semplicistiche e frettolose.

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