Un'immagine dell'esperimento Icarus all'interno dei laboratori del Gran Sasso (Foto LaPresse)

Abbiamo una comunicazione scientifica scadente. E non è colpa degli scienziati

Gilberto Corbellini

I media non li fanno scrivere ma il punto vero è che sono necessari adeguati livelli di alfabetizzazione funzionale per capire certe informazioni o seguire taluni ragionamenti

Un luogo comune che si ascolta quando avvengono le manipolazioni di temi scientifici è: “La colpa è degli scienziati, che non fanno alcuno sforzo per far capire le cose; se ne stanno chiusi nelle loro torri di avorio e non gli importa di comunicare con le persone comuni”. Ancora: “Gli scienziati devono scrivere sui giornali e andare in televisione a informare e a confutare chi diffonde falsità; e devono farlo in modo comprensibile per avere la fiducia”.

 

La mia prima risposta a questi argomenti in genere è: provate voi, essendo magari tra i massimi esperti, professori o ricercatori stipendiati (pochissimo) dallo stato o che hanno ricevuto milioni di euro di denaro pubblico, che studiano l’argomento sul quale si fa disinformazione, a scrivere una lettera a un direttore di quotidiano per segnalare l’informazione falsa. Provate voi a negoziare con qualche conduttore di talk-show le modalità di discutere di scienza in televisione. Bene, a quel punto capireste perché gli scienziati “non comunicano”. Il direttore del quotidiano nemmeno vi degna di una risposta. Al meglio vi dice: ci mandi una lettera che la mettiamo nella rubrica apposita. Mentre la menzogna delle “Iene” si era guadagnata una pagina intera. Lo stesso fa qualunque politico, col quale magari ci si lamenta, a meno che egli non ci veda un modo di sfruttare la segnalazione per andare lui in televisione o sui giornali. Il conduttore televisivo, a parte uno (che non è Mentana), dirà che il pubblico non deve essere annoiato altrimenti cambia canale – quando va bene – e che vi dovete confrontare con opinioni diverse dalle vostre, altrimenti apparite arroganti. Ma come, io che magari studio da una vita l’immunologia e i vaccini, pagato dallo stato anche per insegnare quello che so, avrei sull’argomento delle “opinioni”, come un qualunque fanatico antivaccinista laureato? Le mie competenze e conoscenze, validate da decenni di ricerca finanziata e pubblicata, sarebbero “opinioni”? Incredibile.

 

Quando ci fu il caso Stamina, alcuni scienziati, come Elena Cattaneo e Michele De Luca, si sono rifiutati di confrontarsi con Vannoni e Andolina. Se l’avessero fatto, avrebbero accreditato come loro pari, sul piano scientifico, i due ciarlatani. Perché? Tutti, anche quelli che studiano all’università di Google, sanno come si chiude il Tractatus logico-philosophicus di Wittgestein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Con omeopati, paranoici dei rapporti tra autismo e vaccini, banditori di staminali miracolose, etc. non si può parlare all’interno di concetti, teorie e metodi della medicina scientifica. Quindi sarebbe consigliabile tacere, cioè non prendere proprio in considerazione i loro argomenti, altrimenti è come se se ne potesse parlare. I cittadini che non sanno la materia o si fidano di quello che dicono gli scienziati ai quali pagano lo stipendio, anche se non li capiscono, oppure studiano. Una situazione frustrante che porta molti, che hanno fretta e nessuna voglia di mettere in discussione le loro convinzioni, a radicalizzarsi contro la scienza.

 

Non c’è dubbio che sia utilissimo spiegare perché l’omeopatia non ha basi scientifiche, ma non discutendone da medico o da accademico in uno spazio pubblico con un omeopata, e tenendo conto che il messaggio da dare è che l’omeopatia non è scientifica perché non è confutabile. Non perché non funziona. I medici dovrebbe piantarla di fare esperimenti per cercare di capire se i trattamenti omeopatici siano efficaci o no: per definizione l’omeopatia sfugge al controllo sperimentale. E’ una questione di fede. Il ricorso diffuso all’omeopatia, malgrado non abbia basi scientifiche, è un fenomeno socioculturale che possono studiare e spiegare scientificamente psicologi, psichiatri, neuroscienziati, sociologi, epistemologi e storici della medicina. Non i metodologi clinici.

 

Come conseguenza del fatto che non se li fila nessuno, gli scienziati se ne stanno tra di loro e solo qualcuno più socievole, narcisista o un po’ esaltato si agita per andare sui giornali o magari finisce a fare il giullare in qualche trasmissione televisiva. Fatto salvo Piero Angela, non conosco nessuno che in Italia tratti appropriatamente la scienza in televisione. Mentre i ricercatori che si fanno intervistare, di regola accettano intimiditi o ansiosi di farsi conoscere in contesti volti a banalizzare o spettacolarizzare gli argomenti. Gli scienziati che hanno un senso di dignità, diventano invece facilmente insofferenti verso i giornalisti che non li ascoltano, li manipolano, li trattano altezzosamente, gli fanno la morale, etc.

 

Si dice anche che gli scienziati non facciano abbastanza divulgazione. Torniamo a un aspetto già visto: ma se non li fanno scrivere sui giornali o se magari fanno scrivere sui giornali non l’esperto in questione, ma uno un po’ famoso al quale fanno parlare di tutto. Cosa che non accade nei media anglosassoni. Inoltre, in Italia si legge pochissimo, molti meno saggi e una manciata di libri scientifici. Gli editori non sono associazioni di beneficenza e fanno i libri che si aspettano i cittadini, cioè che poi comprano. Se questi non comprano saggi scientifici perché dovrebbero pubblicarli?

 

Qualcuno dirà che gli scienziati nessuno li legge perché non si fanno capire. Calma un momento. Io diffido in genere quando gli scienziati si fanno capire troppo. Ma questo è un problema diverso. Certo che se uno scienziato ha studiato venti anni e scritto per riviste specializzate migliaia di pagine di calcoli e figure allo scopo di circoscrivere complicati concetti, ipotesi ed esperimenti per spiegare un fenomeno complesso, è difficile che possa essere esaustivo e brillante in 5-6 mila caratteri (spazi inclusi). A parte che ha anche disimparato di solito a scrivere in italiano. Ma il punto vero è che sono necessari adeguati livelli di alfabetizzazione funzionale per capire certe informazioni o seguire taluni ragionamenti. Se ben il 30 per cento dei cittadini italiani è funzionalmente analfabeta, contro il 12 per cento della Finlandia o della Repubblica ceca – e se un altro 50 per cento verosimilmente rimane al di sotto delle prestazioni cognitive richieste per capire le complicate dinamiche delle economie della conoscenza – forse questo avrà un ruolo nel fatto che le persone non riescono a capire certi argomenti. Al di là degli sforzi che possono fare gli scienziati. I guru che vanno per la maggiore, che non dicono niente quando scrivono, invece li capiscono tutti.