(Lapresse)

Cattivi scienziati

Il virus, le vittime e non solo. Le cose da fare però sono chiare

Enrico Bucci

Guardare indietro per andare avanti, senza più dare spazio al negazionismo e all'opinionismo sterile, con le soluzioni che siamo riusciti a trovare

L’Inghilterra si è fermata per un giorno, a riflettere cosa ha significato un anno di epidemia per i suoi cittadini. Credo dovremmo fare lo stesso: almeno per un giorno, abbassare la voce e voltarci indietro.

Innanzitutto, quasi 106.000 persone sono state uccise dal virus – e questo limitandosi ai morti ufficiali, senza contare né quelli che, specialmente nella prima ondata, non sono stati censiti, né quelli che sono morti per cause indirette, legate alla saturazione del sistema sanitario. Ieri, di nuovo, abbiamo registrato oltre 500 morti in 24 ore; sarebbe ora di tornare a immaginare cosa significa, a quanti volti, quante storie, quanti affetti sono finiti per sempre, cercando almeno per un momento di vincere il terribile meccanismo di assuefazione ai morti, naturale e spietato, che ci porta a trascurare questi eventi quando la loro frequenza aumenta.

 
Non ci sono solo le vite troncate: ci sono anche i sopravvissuti, sia con sintomi di lunga durata dovuti alla cosiddetta sindrome del long-Covid, sia con cicatrici psicologiche profonde, per aver attraversato l’inferno o per aver perso gli affetti più cari. Il dolore, la paura di queste persone è un lascito di lunga durata, che ancora una volta non dovremmo trascurare.
E poi, guardate al disastro economico. Quanti degli amici, dei conoscenti, dei familiari di chi legge queste righe hanno perso il lavoro? Quanti hanno dovuto chiudere un’attività, quanti non sanno ancora se e come potranno ricominciare? Spaventosamente, si cerca di contrapporre l’interesse alla vita economica di tutti questi, all’interesse alla vita e alla salute di tutti: ma la realtà, ben più dura, è che il virus, indistintamente, produce l’uno e l’altro danno, e non vi è baldanzoso negazionismo che possa proteggere dalla malattia e dalla morte, così come non vi è politica sanitaria di contenimento che non danneggi le libertà di impresa, di movimento e in una parola di piena vita di chiunque.
Guardate ai ragazzi: è ormai oltre un anno che sono costretti contemporaneamente a una vita sociale ridotta (oppure illegale, se sono abbastanza grandi da potersela permettere) e a una formazione a distanza che trova ostacoli inevitabili nell’arretratezza digitale del nostro paese, nell’improvvisazione e anche, semplicemente, nella non provata efficacia, soprattutto per le fasce di età dei più piccoli.
Potrei continuare a lungo, in questo elenco doloroso, ma, come biologo, la prima cosa che mi sovviene è che tutto questo è il semplice risultato della competizione darwiniana con un piccolo pezzo di Rna, racchiuso in un pugno di proteine, che senza vita animale non potrebbe sopravvivere, ma che in presenza di quella prospera a dismisura. E contro questo messaggio genetico in bottiglia, noi abbiamo una sola possibilità di contrasto, visto che non possiamo mutare con sufficiente velocità: l’adattamento culturale, in grado di produrre farmaci (si spera) e vaccini (già ottenuti) nei tempi che servono.

Guardandoci indietro, a un anno senza vaccino e senza difese, nel silenzio che avvolge la catastrofe già avvenuta, io mi chiedo, vi chiedo: quanto possiamo permetterci ancora di chiacchierare, dubitare, discutere, invece di utilizzare l’unico rimedio che nel frattempo abbiamo trovato, una vaccinazione con uno qualunque dei vaccini di efficacia comprovata da Ema? Cosa credete che farebbero le persone che oggi non ci sono più o i loro familiari, se potessero tornare indietro e avere la possibilità di usare quei vaccini che l’anno scorso non c’erano, Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson, AstraZeneca o qualunque altro prodotto di cui sappiamo che serva a qualcosa? E quanto ancora potranno resistere vuoti i nostri teatri, cinema, musei, le nostre scuole, le nostre università, i nostri ristoranti e i nostri bar, in una parola i luoghi della nostra vita sociale e culturale, solo perché la pubblica amministrazione non è in grado di organizzare ciò che in altri paesi si è organizzato, e allo stesso tempo la pubblica opinione si perde dietro a infinite discussioni particolari, senza concentrarsi sull’unica cosa che conta – uscirne fuori con quello che abbiamo?
Lasciamo perdere il negazionismo imbecille, guardiamo indietro, riflettiamo, e poi guardiamo avanti: le cose da fare per tornare a vivere sono chiare.

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