(foto LaPresse)

cattivi scienziati

Tenere a bada il virus

Enrico Bucci

L’incognita del futuro è come si evolverà e se i vaccini lo terranno sotto controllo

In molti mi cercano in queste ore per commentare quello che sta succedendo in Italia con il vaccino AstraZeneca. Non lo farò: un paese in cui, in meno di 24 ore, si passa dalle rassicurazioni di Aifa alla sospensione precauzionale del vaccino, senza mostrare un dato che sia uno (una statistica, un meccanismo d’azione…) e senza una comunicazione onesta e trasparente, né prima né dopo, è un paese di matti, in balia degli umori del momento. Dunque, non contribuirò io stesso a questa tempesta emotiva e irrazionale: finché non vi saranno dati e fatti nuovi, mi rifiuto di discutere oltre della cosa. Mi interessa invece rispondere a una diversa domanda, che credo possa essere di più diffuso interesse per tutti: qual è lo scenario futuro per quel che riguarda l’epidemia di Sars-CoV-2? I vaccini attualmente utilizzati costringeranno definitivamente nel passato il virus, o vivremo per sempre con questo patogeno, costretti a inseguire le inevitabili mutazioni immunoevasive che si svilupperanno nella quasispecie virale?

Per rispondere a questa domanda, credo che il modo migliore sia quello di richiamare quanto ha detto Sharon Peacock, alla guida del più imponente consorzio per il sequenziamento delle nuove varianti – il Covid-19 Genomics UK (Cog-UK), che finora ha sequenziato circa metà di tutti i genomi virali disponibili a livello mondiale. Alla Reuters, la Peacock ha dichiarato: “Dobbiamo renderci conto che avremmo sempre dovuto assumere dosi di richiamo; l’immunità al coronavirus non dura per sempre” e “stiamo già modificando i vaccini per affrontare ciò che il virus sta facendo in termini evolutivi – varianti che hanno una combinazione di maggiore trasmissibilità e una capacità di eludere parzialmente la nostra risposta immunitaria”. In altre parole, come spesso discusso su queste pagine, siamo entrati in una competizione darwiniana con un nuovo parassita; e anziché cullarci nel mito della sua magica sparizione, della sua evoluzione verso forme benigne o anche della sua irrealistica eradicazione, la quale è irraggiungibile sia per la limitata velocità di vaccinazione possibile su scala così ampia sia per la disponibilità di serbatoi virali costituiti da altre specie animali, dobbiamo invece abituarci all’idea che questo patogeno andrà tenuto a bada con vaccini via via riadattati alle nuove varianti (oltre che con farmaci, se ne troveremo di efficaci).

 

Questo presuppone due cose: innanzitutto, una rete di sorveglianza genomica paragonabile a quella britannica, in modo da intercettare per tempo e testare in laboratorio nuove varianti che emergeranno, e in secondo luogo una capacità produttiva non limitata all’emergenza attuale, ma in prospettiva rivolta a produrre nuove varianti vaccinali, contro questo o altri patogeni. L’epidemiologia è tornata di moda: ed è ora di adattare anche il nostro tessuto scientifico, tecnologico e produttivo alle sfide che il futuro ci riserva senz’altro, uscendo dalla logica dell’emergenza ed entrando in quella dell’adattamento e del contenimento dei rischi.

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