Chi vaccinare per primo?

Enrico Bucci

In mancanza delle dosi per tutti, alcuni suggeriscono di iniziare dai giovani. Ma sarebbero penalizzati i più deboli

Alcuni scienziati hanno suggerito che, in mancanza di disponibilità delle dosi sufficienti a vaccinare tutta la popolazione fin da subito, la corretta strategia di vaccinazione per il Covid-19 dovrebbe prevedere di immunizzare innanzitutto i giovani e il personale medico, e solo successivamente gli anziani. Il ragionamento che vien fatto è il seguente: poiché il virus circola soprattutto fra le fasce più giovani, visto che i soggetti infetti in quell’età sono più spesso asintomatici e dunque meno frequentemente intercettati, ma soprattutto hanno più contatti su lunga distanza a causa degli spostamenti e contatti di lavoro e per la più intensa vita sociale, se si vuole impedire che la pandemia continui – se si vuole portare cioè più rapidamente Rt a zero – sarebbe meglio innanzitutto vaccinare quelli.

 

Questo ragionamento considera quindi il rischio complessivo della popolazione in età anziana un rischio da correre. Tuttavia, il rischio epidemiologico – cioè la frazione percentuale di una certa fascia di età che, come società nel complesso, siamo disposti a sacrificare, per far terminare prima l’epidemia – non tiene conto della differenza con il rischio individuale, che è intrinsecamente maggiore per individui in età anziana qualunque sia il livello di circolazione del virus in una popolazione. Da questo punto di vista, vaccinare prima la fascia di popolazione più giovane – nella speranza non dimostrata di diminuire prima la circolazione del virus nella società – è operazione di sacrificio dei più deboli, in un numero non conosciuto.

 

Inoltre, e questo è un punto importante, l’idea che se si vaccina prima una fascia più giovane il virus circolerà di meno, dipende sia dalla struttura demografica della popolazione – in Italia, per esempio, la fascia più giovane non è preponderante su quella più anziana – sia sull’entità della differenza di mobilità e di contatti sociali fra le fasce di età in questione.

 

Se guardiamo agli spostamenti in epoche normali, per esempio a quelli turistici, in realtà si scopre che le vacanze dopo la pensione per i soggetti più anziani contribuiscono a innalzare la mobilità dei senior in misura paragonabile a quella dei soggetti più giovani. 

 

Dunque, il non detto di una politica vaccinale selettiva e differenziale, che inizialmente escluda gli anziani, è che questi dovrebbero pure essere costretti a comportamenti molto più prudenti e limitativi della propria libertà per un tempo più lungo. All’inverso, la vaccinazione in primo luogo dei soggetti che rischiano di più in caso di infezione limita molto di meno gli altri, cioè i più giovani; e forse è meglio consentirsi una più lunga circolazione del virus nella società nel suo complesso, ammesso che questo sia vero nel caso si vaccinino prima gli anziani, piuttosto che una sorta di apartheid generazionale, con i soggetti più avanti negli anni forzati a un lungo lockdown, in attesa che il vaccino sia disponibile anche per loro.