Blackout demografico. Parla Gian Carlo Blangiardo

Giulio Meotti

“Dopo le morti, un dopoguerra di aiuto alle imprese e alle nascite”, dice il presidente dell’Istat

Roma. Ieri l’Istat ha dichiarato che i morti a Bergamo nei primi 21 giorni di marzo sono quadruplicati rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Ci vorrà tempo per comprendere la reale entità di questa pandemia che si è abbattuta sull’Italia e l’Istat offre il proprio aiuto. “Siamo pronti a fornire tutte le conoscenze oggettive che possono aiutare sia la fase di uscita dalla crisi attuale, sia i percorsi di ricostruzione”, dice al Foglio Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat e ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca. “Stiamo lavorando, in collaborazione con il governo, altri enti e il mondo della ricerca, per avviare immediatamente un’indagine sulla popolazione che aiuti a fare il punto sulla diffusione reale del virus”.

 

Scienziati e analisti concordano sul fatto che l’Italia registra la più alta mortalità al mondo per Covid-19 perché il virus ha colpito la sua popolazione, sempre più vecchia. “L’Italia ha una demografia molto anziana”, prosegue Blangiardo. “I primi due mesi di quest’anno per la mortalità erano stati buoni, con livelli più bassi rispetto agli stessi mesi del passato. E’ brutto dirlo, ma la mortalità aveva risparmiato soggetti fragili, i primi poi a cadere quando è arrivata la ventata indotta dal Covid-19. I dati sulla mortalità diffusi ieri dall’Istat mettono in evidenza questo paradosso. E’ ancora presto per fare stime sui decessi. Ci sono i morti da Covid, quelli colpiti indirettamente da Covid, che per l’ingolfamento e la debolezza della struttura sanitaria non hanno potuto avere la cura dovuta, e poi ci sono le morti non legate alla pandemia. Nel complesso c’è stato un aumento molto importante e lo scopriremo a conti fatti. Ma ricordiamoci sempre, quantomeno, che questa non è la ‘spagnola’, quando ci furono più di mezzo milione di morti in Italia”.

 

Calerà l’aspettativa di vita? “Con un aumento delle probabilità di morte del 20 per cento dai 60 anni in poi si potrebbe osservare un arretramento della speranza di vita ai livelli del 2009. Ma questi sono, al momento, solo esercizi di scenario”. Come affrontare la realtà? “L’invecchiamento è il risultato di una conquista. I vecchi non sono un peso, sono la nostra memoria e i nostri genitori. Ma per garantire la tenuta del sistema dobbiamo essere in grado di valorizzare le forze che forniscono le risorse”. E qui arriviamo alle nascite, ai minimi in Italia dal 1861. “Siamo da quarant’anni un paese che non è stato capace di garantire il ricambio generazionale; una società che ha livelli record di bassissima natalità. Se non c’è ricambio, il sistema a lungo andare implode. Temo che questo periodo di clausura, che dovrebbe in teoria favorire le nascite, come i ‘blackout newyorchesi’, sia invece una clausura basata sulla paura e che rischia di portarci verso un ulteriore drammatico calo delle nascite. Perché un deterrente sulle nascite che incide molto è la prospettiva di futuro, il guardare avanti; ed è chiaro che questa situazione ha reso sempre più difficile avere una prospettiva di futuro prevedibile. Quando ci fu Chernobyl e cadde sulle nostre teste una pioggia radioattiva ci fu una sospensione che condizionò molti comportamenti, compresa la natalità, anche se risolvemmo il tutto in tempi più brevi. Questa volta è più grave, l’effetto è percepito in modo più espansivo nel tempo. Dal punto di vista della progettazione della natalità mi illudo, spero, che ci possa essere un vero ‘déjà vu’ da secondo Dopoguerra. Stiamo vivendo una fase drammatica, abbiamo per adesso le riserve economiche, ma sono i primi giorni della guerra, quando c’è un accumulo di ‘risparmio’ che ci aiuta. Lo stato si indebita e sopravviviamo”.

  

Ma cosa accadrà dopo? “Dobbiamo essere pronti con lo stesso spirito del miracolo economico e uscire da questo choc. Immaginiamo allora come il sistema potrà favorire un tempo di ripresa, con interventi sulla libertà di impresa, con meno vincoli burocratici e in questo spirito di rinascita, se funziona, potrebbe esserci la ripresa della natalità. Potremmo sfruttare questa esperienza riuscendo a valorizzare il telelavoro anche in chiave di sostegno alle nascite. Sappiamo cosa fare, serve la volontà. Dobbiamo favorire la collaborazione con il mondo privato, gratifichiamo gli imprenditori disponibili, aiutiamo con incentivi fiscali chi sostiene la demografia dei lavoratori. Poi ci sono risorse che vengono ‘accantonate’ perché andiamo dietro all’anagrafica. Dobbiamo rivedere anche questo”. E se non agissimo? “Se non facciamo niente la deriva si accentuerà, il capitale umano si inaridirà e diventerà sempre più difficile far quadrare i conti. Il sistema a lungo andare implode”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.