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Investire si può. L’urbanistica è insieme business e scienza sociale

Parla Nicola Leonardi, architetto e direttore della rivista The Plan. “Roma è complessa ma può seguire l’esempio di Milano”

26 Maggio 2019 alle 06:00

Investire si può. L’urbanistica è insieme business e scienza sociale

Roma. Nicola Leonardi è direttore della Rivista internazionale di Architettura The Plan. Dal 26 al 28 maggio Leonardi porta a Roma il “Forum perspective”, una serie di conferenze cui parteciperanno aziende edili romane e di tutta Europa. Architettura, dunque. Urbanistica. Edilizia. In una città, Roma, che non è solo in crisi economica ma nella quale modernità urbanistica e bellezza architettonica non sono mai stati sinonimi.

 

Costruire a Roma, rispetto a città come Milano o Londra, è più difficile?

“Roma è complessa per via della sua stratificazione storica, ma è una città straordinaria per l’opportunità nell’ambito della trasformazione e riqualificazione urbana”.

 

Le regolamentazioni del Comune facilitano la costruzione o la ostacolano?

“Per attrarre investimenti sull’area del centro storico ci sono due fattori chiave: le regole e il fattore culturale. Senza regole chiare gli investitori non possono calcolare tempistiche e costi e sono scoraggiati”.

 

Qual è la città più virtuosa?

“Milano è in piena nascita urbana e crescita di investimenti. Ma Roma può avere un percorso simile. Bisogna tener conto che la qualità dell’architettura porta sviluppo economico e investimenti”.

 

Esiste un pregiudizio verso chi costruisce dovuto allo shock della speculazione edilizia del dopoguerra?

“E’ certamente così. Oggi in tutto il mondo la qualità porta ad una sostenibilità economica degli strumenti immobiliari. A Roma questo manca. Ma si può porre rimedio”.

 

Roma è la prima città europea per spazi abbandonati. I piani regolatori hanno sempre indicato che invece di continuare a estendersi su spazi non edificati, si sarebbero dovute sfruttare le precedenti costruzioni in un progetto di riqualificazione e rigenerazione urbana. E’ questa la strada da prendere?

“Assolutamente si, a Roma il tema della riqualificazione è unico per via della sedimentazione storica della città che spaventa gli investitori. Ma può diventare un valore”.

 

Dopo i casi di Torre Maura e Casal Bruciato qual è la situazione delle case popolari?

“Complicata. L’approccio dovrebbe essere scientifico. Bisognerebbe cambiare atteggiamento e riuscire a fare progetti edilizi con una visione anche trentennale. Voglio dire che per capire di cosa ha bisogno, e avrà bisogno nel futuro, una città, è necessario analizzare tecnicamente la curva demografica o l’evoluzione del numero prospettico degli abitanti. Un approccio moderno”.

 

Che è mancato in questi anni?

“Non voglio dire questo, ma in futuro queste questioni dovranno essere gestite in maniera sostenibile. In termini di pianificazione, budget e qualità degli immobili. Come ormai avviene in tutta Europa”.

 

L’edilizia popolare può anche essere un business oltre che un servizio sociale?

“Esempi europei dimostrano che è possibile, ma devono collaborare pubblico e privato con trasparenza”.

 

Sono ricorrenti i casi di villini liberty, considerati storici, che vengono abbattuti, come nel caso di via Ticino a Quartiere Coppedè, per costruire degli appartamenti extralusso.

“In Italia quando si parla di sostituzione e demolizione comincia una caccia alle streghe sbagliata. Vanno considerati i casi singoli. Non tutta l’architettura liberty è straordinaria, come anche l’architettura razionalista. Dovunque si abbatte e si ricostruisce. Il punto è sapere cosa abbatti e cosa ricostruisci. Senza tifoserie e ideologie. Ma con pragmatismo efficientista”.

 

Nella vicenda in questione si parlava del quartiere Coppedè. Un gioiello.

“Quando fecero il Colosseo fu sicuramente traumatico per la città, oggi è un monumento. Poi il termine ‘extralusso’ viene usato con accezione palesemente negativa quando dovrebbe avere una valenza positiva di architettura di qualità. E un intervento di qualità e va valorizzato. Per fortuna ci sono le soprintendenze, che giudicano con metodo scientifico. La deriva politica di parte genera invece polemiche spesso senza senso”.

 

Oggi a un giovane architetto romano consiglierebbe di andarsene o di rimanere qui?

“Andare a New York non è la soluzione a tutti i problemi. Certo a Roma c’è una sproporzione di architetti in rapporto a quanto può essere realizzato. Abbiamo complicazioni che in altri paesi non ci sono per via della sedimentazione storica. Ma è anche molto interessante”.

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