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Che fortuna, Roma. Unta, bitorzoluta e senza monopattini

Disastro, pericolo, fonte d’ansia. Viva le buche della Capitale che tengono lontane le trottinette dalle nostre passeggiate

16 Maggio 2019 alle 06:00

Che fortuna, Roma. Unta, bitorzoluta e senza monopattini

Foto Jeanne Menjoulet via Flickr

Parigi si sveglia e gira in monopattino, la trottinette. Pullulano. Si moltiplicano a vista d’occhio, sono un fatale e apprezzato fenomeno nuovo, insomma una moda boulevardiera. Sfrecciano su strada, sui marciapiedi, sulle ciclabili, con il motorino elettrico a 25 all’ora, truccati anche di più. A mandarli sono giovani e adulti, ragazze capelli al vento, e zainetto, impiegati con la cartella, studenti, bobo e onesti lavoratori, insegnanti, bancari, intellos e fannulloni. Il monopattino riflette la mixité sociale e la mescolanza etnica, ce n’è per tutti. Ci si abbona, si prendono a poco prezzo da società di gestione della sharing economy, si afferrano alla svelta raccattandoli a ogni angolo di strada, riversi sui trottoir, appoggiati al lampione, in bilico contro un muro o la ringhiera di un ponte, oppure più raramente ritti sul cavalletto, e si percorrono itinerari corti, medi e lunghi, giorno e notte. Alla fine del viaggetto si gettano a terra, ci se ne libera come di un rifiuto urbano nella discarica o parcheggio universale senza perimetri e senza regole. Le trottinette sono naturalmente un popolo ingombrante, come tutto ormai sono un popolo, e anche uno status, un segno di distinzione, di scelta personale, l’opzione leggerezza, sostenibilità, ecologia al massimo grado, flessibilità senza pari, spirito infantile e sbarazzino.

  

  

A me sembrano un fastidioso disastro, un intralcio e un pericolo pubblico, un’ossessione per chi cammina e una fonte d’ansia a vederli stretti tra le auto in lamiera massiccia, tra i bus, i furgoni e altri mezzi pesanti o motociclette o scooter che non li vedono, i monopattini, li avvistano con difficoltà, spesso li agganciano con i paraurti cromati, li urtano, e ne nascono rovinose cadute, risse, insulti, sberleffi, piccole liti civili e incivili tra dieselisti di base e trottinisti vaghi e sognanti. 

 

 

Il traffico è comunque così, direte, anche le biciclette hanno fatto la loro parte nell’incasinamento, ma al confronto con la trottinette la bicicletta è un cavallo di due secoli fa, ha un suo codice perfino arcaico, si monta e si scende, movimenti a loro modo complessi, si inforca e si conduce con uno sforzo corporale e una tecnica attenta ai riflessi, alle circostanze, ai flussi. Il monopattino no. E’ modernista, cubista, un angolo più o meno retto, è minimalista. Suggestiona, come no, ed è una memoria infantile invecchiata. E’ intrusivo, molesto per chi cammina, e naturalmente lo si scopre comodo al di là di eventuali difetti.

 

A Parigi si sono fatti venire dei dubbi, c’è chi lo esorcizza come una invasione di locuste, chi lo trova un mezzo sporcificante, disordinato, uno strumento rischioso di individualismo e insieme di massificazione di cui si poteva forse fare a meno, e che comunque deve essere regolato, perché così non si può continuare. Hanno le loro ragioni. E comunque dovrebbero venire a Roma, dove al posto dei boulevard ci sono le buche i dissesti il pattinaggio scivoloso sui sanpietrini e sopra tutto lo scetticismo lento in doppia e tripla fila sul lirismo leggero e fatuo del movimento improvviso e zelante. Quella repentina decisione di raccogliere, spingere con una mossa del piede, mandare anche in salita un mezzo irrisorio, un coso così, per poi abbandonarlo all’incuria di strada fra i pedoni: ecco una fanfaluca agile che una città priva di metropolitana o di scale mobili, bruciante e risonante di bus come carrozzoni pestiferi e barcollanti, oppressa da superpullman e furgoncini per tutti gli usi, città bitorzoluta e unta, non può pensare di avere, probabilmente per nostra comune fortuna. Ci mancherebbe soltanto il monopattino.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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