cerca

"Su buche e degrado facciamo ironia, ma è un ridere consolatorio"

Parla Enrico Montesano. “Siamo cinici e scanzonati. Viviamo di sberleffi, ci lamentiamo e in fondo ci piace così”

18 Marzo 2018 alle 06:00

Roma. In principio fu Arfio, alter ego virtuale ancor più piacione e pariolino dell’allora candidato sindaco e della sua campagna elettorale di cuori e dichiarazioni di amore per Roma. Poi arrivarono i “meme” del santone indiano Osho Rajneesh e dello “zingaro” interpretato da Luca Marinelli nel film “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti. Ultimo esilarante capitolo l’epopea delle buche stradali diventata ispirazione su twitter per la rivisitazione satirica di titoli di film (#cinebuche) e testi di canzone (#Karabuche). Nella città delle statue parlanti a cui i cittadini hanno affidato per secoli le invettive anonime contro i governanti, l’ironia resta ancora la chiave di sopravvivenza dei romani che con lo sfottò esorcizzano ferite e sventure. Ma dove c’erano Pasquino, Marforio e Madama Lucrezia, oggi c’è la rete. “A Roma si dice consolamose con l’ajetto. L’unico modo per sopravvivere è prenderla con ironia, con lo sberleffo, con lo scherzo, nella speranza di intaccare l’indifferenza, il menefreghismo o l’incapacità di chi ci amministra e ci ha amministrato”, ci scherza su Enrico Montesano, volto e maschera storica della comicità romana.

 

Ma se le Pasquinate di un tempo servivano a risvegliare le coscienze e a puntare il dito contro i potenti, primi fra tutti i Papi, oggi l’ironia via social dei romani sembra quasi un antidoto alla rassegnazione, un ridersi addosso più arreso che compiaciuto per le sorti di una città che si specchia nella luce di un tramonto che sembra inesorabile. “Ma meno male che i romani ancora reagiscono, perché alla base in fondo c’è disperazione – continua Montesano – Quando hai perso ogni speranza ti resta la presa in giro, fa parte del cinismo scanzonato dei romani che forse però hanno perso le speranze. Il romano la butta a ride’ perché è convinto che tanto non cambierà mai niente. I ladri continueranno a rubare, gli imbroglioni continueranno a impicciare, ma per quello che serve davvero ai cittadini i soldi non ci sono mai. Fortunatamente la prendiamo ancora a ridere, altrimenti bisognerebbe arrabbiarsi davvero”.

 

La nuova ed ennesima emergenza buche, però, i romani non l’hanno presa affatto bene. Aldilà dell’ironia. “Mi hanno mandato via mail un rebus con la foto della sindaca : voRaggini è la soluzione – ride Montesano - Però alla sindaca in fondo è rimasto il cerino in mano di un problema comunque antico. Ci mancavano solo la neve e gelo a rendere disastrosa una situazione già precaria. Ora però bisogna intervenire, ho sentito parlare di ‘Piano Marshall’ per le buche. Quando ero bambino mi ricordo che i netturbini passavano per lavare le strade, le strade erano asfaltate e c’erano i serciaroli che in ginocchio aggiustavano i sanpietrini. Ma parliamo di cinquant’anni fa… La mia romantica donna inglese – continua imitando l’accento british del noto personaggio – ha una propria buca personale in via dei Fori Imperiali, da cui appunto il nome fori, dove porta una coroncina ogni volta che torna a Roma per ricordare il posto dove è caduta. Ha festeggiato il trentennale”.

 

Emblematico il caso Spelacchio dello scorso Natale. Il triste abete natalizio realizzato dal Comune in piazza Venezia è diventato una star sui social mentre infuriavano le polemiche per la sua realizzazione, per i costi e per la procedura senza bando di gara usata per affidare i lavori da parte della giunta grillina. “Alla fine proprio grazie all’ironia dei romani era diventato simpatico, mi ci ero affezionato – dice Montesano – Io l’avrei lasciato a piazza Venezia come monumento all’impoverimento generale della società, non solo quella romana. Una società che si sta impoverendo economicamente ma anche culturalmente e che depaupera le proprie tradizioni e le proprie ricchezze. Roma in questo è campione. Potrebbe vivere della propria arte e della propria cultura, mantenuta unicamente dal turismo. E poi il Cinema, la Hollywood sul Tevere di Cinecittà… Tante cose si potrebbero fare in questa città per farla tornare allo splendore di un tempo. Solo che col “potrebbero” nel frattempo si muore”.

 

Anche per questo, per tramandare tradizioni e storie di una Roma che non c’è più, Enrico Montesano continua a vestire i panni dei suoi personaggi più noti. Come il Conte Tacchia, in questi giorni (e fino al 25 marzo) al Teatro Sistina. “Portiamo sul palco una Roma se vogliamo pacioccona e romantica che all’inizio del 1900, negli anni immediatamente precedenti alla prima guerra mondiale, somiglia in maniera impressionante alla città di oggi – spiega – Un’epoca di scandali, come quello della Banca Romana, di corruzione e grandi appetiti edilizi. Insomma, non ci siamo inventati niente. Però erano gli anni di Ernesto Nathan, lui sì grande sindaco della Roma del Conte Tacchia”. E chissà cosa direbbe il regista Sergio Corbucci della Roma di oggi? “Ci riderebbe sicuramente sopra – conclude Montesano – e passerebbe oltre con un pernacchio e uno sberleffo. Anche in questo non è cambiato niente”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi