E' nel Lazio che si giocano i destini di Renzi e Di Maio

Se vince Zingaretti, ecco avanzare il modello centrosinistra. E se vince Lombardi, ecco una nuova leader grillina

Salvatore Merlo

Email:

merlo@ilfoglio.it

8 Febbraio 2018 alle 10:42

E' nel Lazio che si giocano i destini di Renzi e Di Maio

Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Roma. Nel Pd e nel Movimento cinque stelle si giocano partite e destini incrociati, in queste elezioni regionali del 4 marzo. E quello che succederà nel Lazio, dovesse vincere la “faraona” grillina Roberta Lombardi, o essere riconfermato il presidente uscente del Pd Nicola Zingaretti, avrà effetti nazionali, precipiterà con la forza e l’ineluttabilità di un fenomeno atmosferico sul Pd o sul Movimento cinque stelle.

 

Vincesse Zingaretti, appoggiato da tutto il centrosinistra, a largo del Nazareno, ovvero nelle stanze della segreteria del Pd abitate da Matteo Renzi, si aprirebbe all’indomani delle elezioni un caso politico interno di proporzioni considerevoli: la minoranza del partito, che si sente maltrattata e bastonata, non aspetta altro di poter riconoscere in Zingaretti il proprio leader quantomeno morale, l’uomo che incarna il modello alternativo al “fantuttismo” renziano, all’uomo solo al comando. E insomma centrosinistra ulivista contro vocazione maggioritaria e padronale.

 

Un meccanismo del tutto simile si scatenerebbe nel Movimento cinque stelle se Roberta Lombardi, tosta e ambiziosa, caratteriale e sgomitante, dovesse diventare presidente della regione. Lombardi sarebbe infatti a quel punto il più importante esponente istituzionale eletto del Movimento cinque stelle, e saprebbe – poiché non è precisamente Virginia Raggi, ovvero è solida, ammanigliata, e sa anche essere cattiva – far pesare ed esercitare questo ruolo all’interno dei complicati ed opacissimi giochi di potere interni al Movimento. Lombardi diventerebbe un problema per Luigi Di Maio, una figura non solo capace di fargli ombra, ma persino di sovrastarlo. Il capo politico del M5s infatti, a quel punto, il 5 dicembre, a urne chiuse, non sarebbe più niente, poiché presidente del Consiglio (vista la legge elettorale) è decisamente improbabile che lo diventi. E dovrebbe invece continuamente fare i conti con la “faraona”, amica di Grillo, e detentrice di un potere personale solido e a quel punto confermato dal consenso elettorale.

 

Come raccontiamo in questa pagina, nella sinistra del Pd romano è tutto un lavorare ventre a terra per Zingaretti, con la speranza che il presidente della regione non soltanto vinca alle elezioni regionali ma prenda più voti di quelli raccolti alle politiche nel Lazio dal Partito democratico. Uno Zingaretti trionfante sul Pd nazionale, specialmente se Giorgio Gori (che non è sostenuto da tutta la sinistra) dovesse andare male in Lombardia, come spiega qui sotto l’orlandiano Marco Miccoli a Valerio Valentini, “diventerebbe un esempio e un modello” alternativo.

 

Nel M5s, Lombardi trattiene a stento il suo scetticismo nei confronti della rivisitazione ideologica ed estetica che Di Maio sta imponendo. La “faraona”, come raccontiamo nell’articolo di Massimo Solani, pensa che Di Maio stia sbagliando, teme una flessione di voti per il Movimento, sta facendo una campagna elettorale dal sapore ortodosso rispetto all’eterodossia in grisaglia introdotta dal nuovo capo politico (vedi i vaccini), e spera di fare bingo: ovvero di vincere e prendere più voti di Di Maio. Il che sarebbe già abbastanza per segnare la fine del ragazzo d’oro e determinate l’alba di una nuova leadership femminile.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi