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"Altro che politica, il potere vero è quello dei burocrati". Parla Sabella

Il caso del Mercato centrale dimostra come “Roma sia una città in mano alla burocrazia, con una politica debolissima e incapace di imporre le proprie visioni e i propri progetti"

21 Gennaio 2018 alle 06:11

"Altro che politica, il potere vero è quello dei burocrati". Parla Sabella

Foto LaPresse

Roma. “La vicenda del Mercato centrale di Roma mi ricorda l’accanimento che ci fu contro la concessione balneare che Libera gestiva assieme all’Uisp sulla spiaggia di Ostia. I Cinque Stelle, guidati dall’attuale capogruppo in Consiglio comunale Paolo Ferrara, scatenarono una battaglia durissima e arrivarono a chiedere di valutare addirittura la revoca della concessione perché durante alcuni controlli era stata segnalata una porta che non era lavabile e una cassa d’acqua poggiata fuori dalla pedana. Tutto questo mentre ovviamente gli stessi personaggi non avevano mai detto neanche una parola su tutte le altre pesanti irregolarità che hanno devastato quel tratto di lungomare”.

 

Alfonso Sabella, dopo la parentesi da assessore alla legalità del Comune di Roma con la giunta di Ignazio Marino, si è rimesso la toga e ora è Gup al tribunale di Napoli. Di quegli anni in Campidoglio gli è rimasto però il sapore amaro della battaglia rimasta incompiuta contro la burocrazia. “Purtroppo manca qualità nell’azione politica e anche in quella amministrativa – dice – A Roma manca una visione e un progetto”.

 

La vicenda paradossale della chiusura del Mercato centrale ci riporta alle sue denunce contro la burocrazia e i cavilli interpretativi “criminogeni”.

“Roma è una città in mano alla burocrazia, con una politica debolissima e incapace di imporre le proprie visioni e i propri progetti, che ha accettato di delegare ai burocrati tutto il controllo del potere in cambio di una totale, o quasi, deresponsabilizzazione. Il risultato è il trionfo della logica del fancazzismo, nella migliore delle ipotesi, o dell’“ad culum parandum” per evitare rischi. Quella delle gare sotto soglia e senza evidenza pubblica, delle procedure d’emergenza che diventando addirittura programmate come se il freddo non arrivasse ogni inverno o a primavera non si sapesse già che per Natale bisogna comprare l’abete di Piazza Venezia. Invece si aspetta novembre e si compra Spelacchio pagandolo di più e facendo eseguire i lavori ad una ditta a cui l’appalto viene dato con procedura diretta. A volte certe dinamiche nascondono la corruzione, che a Roma come in tutto il paese è un fenomeno dilagante, altre soltanto il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”.

 

Perché dice che questo stato di cose diventa il primo freno alla crescita economica, ma non soltanto, di una città come Roma?

“Ma da imprenditore, perché devo investire su Roma se il sistema è quello della poraccitudine, degli appaltini senza programmazione? E questo capita nelle gare pubbliche ma si ripercuote anche nell’involuzione del tessuto economico privato che si adatta e rinuncia a cercare sviluppo. Purtroppo temo che l’andazzo sia addirittura peggiorato rispetto a quello che trovai io al mio arrivo in Campidoglio con la giunta Marino. A quei tempi almeno l’onda di Mafia Capitale aveva messo in allarme gli imprenditori e i funzionari che erano stati costretti a reagire, adesso sono passati anni e temo che l’andazzo sia tornato quello di prima degli scandali”.

 

Intende dire che burocrazia e corruzione sono facce di una stessa medaglia?

“Faccio un esempio banale e se vogliamo stupido. Ancora oggi, se bisogna acquistare le sedie per tutti i presidenti di Municipio, non si fa una gara unica per quindici sedie, ma se ne bandiscono quindici per una sedia ciascuna. Questo significa che si moltiplicano le strutture chiamate a operare e decidere e ciascuna lo fa a proprio modo e con le proprie procedure. Ovviamente questo moltiplica il rischio corruzione soprattutto considerando la non sempre eccelsa qualità dei funzionari della pubblica amministrazione. Frutto di queste logiche è anche il caso emerso durante le indagini di Mafia Capitale del funzionario dell’ufficio giardini del Dipartimento Ambiente con 572 mila euro nascosti in casa. Ci sarà un motivo se l’imprenditoria criminale, in qual caso le coop, avevano deciso di coprire di soldi lui mentre davano solo mille euro al mese a un consigliere comunale”.

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