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La strana storia del Mercato centrale chiuso nel suq di via Giolitti

Affittacamere fatiscenti a 30 euro a notte, negozi di money transfer, traffico paralizzato dalla doppia fila istituzionalizzata. Questo è il biglietto da visita che Roma offre a chi arriva

21 Gennaio 2018 alle 06:00

La strana storia del Mercato centrale chiuso nel suq di via Giolitti

Foto LaPresse

Roma. Alla fine è anche una questione di mensole. Quelle del Mercato centrale, verniciate con prodotti non adatti, hanno contribuito alla chiusura disposta la scorsa settimana dagli ispettori della Asl mentre quelle del minimarket gestito da una famiglia del Bangladesh sono lì in bella mostra in vetrina col loro carico di creme idratanti coperte da uno strato di polvere e spazzolini da denti che il sole ha scolorito a tal punto da rendere impossibile anche leggerne la marca. Mancano soltanto i carciofi puliti in bella vista che sotto la cappa mazzoniana hanno inorridito gli ispettori, ma l’uva triste e solitaria esposta alla pioggia e caramellata dai gas di scarico sul camion bar parcheggiato in doppia fila costa comunque sei euro e cinquanta al chilo. In mezzo c’è soltanto via Giolitti, ma quella decina di metri di asfalto sembrano abbastanza per dividere in due il mondo che fa da contorno alla stazione Termini di Roma.

 

Da una parte il Mercato centrale, l’eccellenza della ristorazione appena riaperto al pubblico dopo la chiusura disposta dalla Asl per una questione di cavilli dal sapore kafkiano, dall’altra il mondo di ristoranti cinesi, fast food halal e minimarket bangla cresciuti come funghi intorno al maestoso corpo della più grande stazione ferroviaria del paese in una delle zone più degradate e tristemente note ai romani. Fra affittacamere fatiscenti a 30 euro a notte (per qualcosa in meno si può avere anche un letto per un paio d’ore di giorno e senza troppe domande sui documenti di identità), negozi di money transfer, traffico paralizzato dalla doppia fila istituzionalizzata e un via vai costante di turisti stralunati dal panorama del biglietto da visita che la capitale d’Italia offre al mondo in arrivo. Altro che panificazione tradizionale, carne pregiata di provenienza certificata e prodotti tipici della storia gastronomica d’Italia. Nelle vetrine attorno alla stazione il pezzo forte è la “Pasta del Gladiatore” nelle sue numerose quanto eccentriche varianti. Di formato, ovviamente, ma soprattutto cromatico. Le più ricercate sono le farfalle tricolore, che non è quello della bandiera ma un lisergico celeste, giallo e marrone. “Typical italian pasta” recitano i cartelli multilingue fra cartoline della fontana di Trevi e parannanze col David di Michelangelo, che dall’Accademia di Firenze saluta con trasporto. I più golosi, ci spiegano, sono i coreani ed è a loro che si rivolge la maggior parte degli annunci scritti a mano e appesi ovunque.

 

Difficile credere che gli ispettori della Asl si siano aggirati spesso fra casse di frutta che certo non hanno mai conosciuto la polemica sui sacchetti biodegradabili e minimarket che qualche anno fa si guadagnarono titoli di Tg e indignate polemiche ai tempi della “Affittopoli” capitale. C’erano anche alcuni di questi esercizi insieme a depositi di merce cinese (a giudicare dalla quantità di vetrine, la centrale mondiale del business delle collanine in plastica deve essere proprio qui) e altri negozi di via Giolitti nella lista nera degli immobili di proprietà del comune ceduti in affitto a poche decine di euro a italianissimi fortunati che, almeno in questa zona, subaffittavano a prezzi di tutt’altro tenore a stranieri ignari del privilegio. “Ma qui la legge mica è uguale per tutti – ci spiega un addetto del McDonald’s – da noi i controlli sanitari vengono fatti almeno due volte l’anno, e ogni volta ribaltano il locale come un calzino a caccia della minima irregolarità. Sembrano la scientifica, gli manca solo il luminol. E in questi altri posti? Non credo, e non è un caso”. Ci sono secondo lei “sistemi” per evitare i controlli? “Il dubbio viene”, chiude il discorso. Viene anche buttando un occhio nell’androne in cui campeggia l’insegna sgarrupata di un “African market” dove scatoloni di merce fradici di pioggia attendono a terra riparati alla meglio da un vecchio telone. Poco lontano ragazzi fanno la fila all’angolo di via Cappellini di fronte alla Stazione per le Linee del Lazio. Da alcuni trolley escono piatti di plastica che tre donne riempiono velocemente con mestolate di cibo fumante al prezzo di due o tre euro. Una mensa a cielo aperto come quella che davanti a uno degli ingressi del Nuovo Mercato Esquilino raccoglie tutte le mattine una piccola folla. Ma non si vendono carciofi freschi, per fortuna.

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