Un gruppo di Rom in protesta in via Merulana contro gli sgomberi (foto LaPresse)

Un piano nomadi senza fondi e senza coraggio. A che serve?

Antonio Monti

La moratoria sui nuovi arrivi di migranti e la chiusura dei campi Rom: ma cosa sta realmente facendo la giunta Raggi?

Per cavalcare i sentimenti della “pancia” di una parte dell’elettorato di destra in vista delle amministrative, i 5 Stelle hanno provato a giocare la carta della moratoria sui nuovi arrivi di migranti a Roma. A chiederla nelle scorse settimane, con urgenza ed una certa enfasi comunicativa, la sindaca Virginia Raggi tramite una lettera al prefetto della Capitale, Paola Basilone. Subito le ha dato manforte anche il blog di Beppe Grillo con un lungo post che mostrava ‘i muscoli’ su un altro dei temi più dibattuti nella Capitale negli ultimi dieci anni: la chiusura dei campi Rom.

 

Ma il responso delle urne, col Movimento fuori da tutti i ballottaggi di peso, con buona pace dei conteggi del comico genovese che rivendica la crescita da 37 a 45 sindaci pentastellati, ha certificato che l’uscita sui migranti è stata decisamente un boomerang. Perché, una volta archiviate le dichiarazioni dal sapore elettorale, rimane inevasa la domanda su cosa stia realmente facendo la giunta Raggi su questi due dossier. Uno è gestito assieme al governo, l’altro interamente di competenza del Campidoglio, di sicuro per entrambi servirebbero meno annunci e più coraggio nelle scelte.

 

Innanzitutto, unire i due temi non aiuta a fare chiarezza, perché i migranti che chiedono accoglienza e i campi Rom sono due partite diversissime tra loro, che necessitano di risposte differenti. La prima riguarda centinaia di migliaia di persone che ogni anno arrivano in Europa dal Medio Oriente e dall’Africa fuggendo da guerre, terrorismo, fame e povertà, l’altra il superamento graduale di uno stile di vita non esclusivamente stanziale. Anche volendo accomunare le due questioni, per prima cosa ci si accorgere che nella Capitale riguardano poco meno di 14 mila persone: appena lo 0,5 per cento della popolazione cittadina.

 

Da diversi mesi la Raggi sta chiedendo al governo di interrompere i nuovi arrivi di richiedenti asilo nella Capitale: “sono troppi”, il concetto che ha ribadito più volte. “Trovo impossibile, oltre che rischioso, ipotizzare ulteriori strutture di accoglienza”, le parole perentorie della sindaca al Prefetto. La Raggi è arrivata addirittura ad evocare “possibili devastanti conseguenze in termini di costi sociali”. Anche in questo caso però i numeri raccontano altro. La ripartizione su scala nazionale effettuata dal Viminale, infatti, prevede per Roma fino ad 11 mila posti di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati: al momento quelli occupati sono circa 8.600. Poi ci sono altre 3 mila persone non censite che vivono in condizioni precarie tra stabili abbandonati e piccoli insediamenti improvvisati. Insomma, numeri lontani dagli scenari emergenziali evocati dalla sindaca.

 

Dopo la lettera del Campidoglio il ministro Marco Minniti ha convocato la Raggi al Viminale, dall’incontro è scaturita la creazione di una cabina di regia sugli arrivi in città. Il sottotesto: il ministero fa il suo lavoro e muove passi concreti, la sindaca che ricetta propone dopo aver lanciato l’allarme?

 

Su Rom, Sinti e Caminanti invece il Campidoglio da un mese ha lanciato un programma per arrivare al superamento dei nove campi autorizzati presenti in città, in cui abitano 4.700 persone. Anche qui c’è una quota di persone che sfugge alle statistiche ma il totale delle due voci comunque non supera le 7 mila registrate con un apposito censimento nel 2009.

 

Il tema è particolarmente sentito anche dai vertici nazionali del Movimento, tanto che si sussurra Davide Casaleggio in persona ne abbia discusso con l’assessore al Sociale Laura Baldassarre. Il primo step del piano comunale prevede di chiudere entro due anni i campi di Barbuta e Monachina, con circa 700 ospiti, per poi procedere con gli altri. La direzione intrapresa è giusta, perché far crescere dei bambini in questi ghetti, poco decorosi e separati dal resto della città, non aiuta la loro integrazione. Ma servono risorse, per ora si parla di 3,8 milioni di euro di fondi europei da mettere a disposizione del progetto, numeri alla mano corrispondono ad 810 euro per ciascuna persona da riallocare. Pochi, specie se si pensa che servono per superare insediamenti in alcuni casi ormai stanziali da quasi venti anni.

 

Il piano parla di “accompagnamento all’abitare” attraverso il “superamento delle logiche emergenziali” e dei “grandi insediamenti monoetnici”. Il Campidoglio è intenzionato ad offrire a chi vuole uscire dai campi soluzioni come il buono casa, un contributo che copre l’affitto di un appartamento solitamente per un anno, o l’auto-recupero di immobili dismessi. Oppure il “reperimento sul mercato immobiliare privato” di case per coloro che sono in condizione di “sostenerne le spese”.

 

Fin qui la parte costruttiva del piano, perché il documento della giunta Raggi non disdegna la soluzione di spostare la questione altrove. Nella delibera infatti si parla anche di “progetti di rientro assistito” per le famiglie arrivate in Italia più recentemente e di “spostamenti, solo se volontari, in altre Province e Comuni”.

 

L’obiettivo è ambizioso ma resta l’incognita sull’adeguatezza delle risorse finanziarie. E poi manca il coraggio di dire apertamente che non è un tabù parlare di case popolari da ai Rom, perché stando ai criteri di assegnazione spesso rientrano a pieno titolo nelle graduatorie. In fondo, 4.700 persone nelle periferie di Roma equivalgono ad una manciata di condomini, un obiettivo non certo irraggiungibile per un Comune che possiede un patrimonio immobiliare di circa 45 mila tra appartamenti e negozi.

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