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Gita ad Amsterdam

Europarlamentari a vedere se in Olanda la sede dell’Ema c’è o no. Guerra difficile, ma va avanti

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

22 Febbraio 2018 alle 19:54

Gita ad Amsterdam

Giovedì è stato il giorno del sopralluogo ad Amsterdam degli eurodeputati inviati dalla commissione Ambiente dell’Europarlamento per verificare che la nuova sede dell’Ema rispetti “le condizioni necessarie a garantire la continuità operativa dell’Agenzia durante e dopo il suo trasferimento da Londra”. Assieme a Giovanni La Via del Ppe, relatore del Parlamento europeo e capo delegazione, per la squadra italiana (ormai è un derby con le tifoserie in curva) c’erano Piernicola Pedicini (M5s), Elisabetta Gardini (Ppe) e Simona Bonafé (Pd). Non è andata benissimo, per stare a gergo del tifo, perché la delegazione ha verificato che la sede provvisoria approntata da Amsterdam soddisfa le esigenze, tutto a posto. La storia è complicata, ed è diventata nelle scorse settimane un mezzo giallo, un po’ una farsa. Si sa che gli olandesi non sono particolarmente versati per la commedia dell’arte, ma le soluzioni da Pulcinella e le capriole da Arlecchino utilizzate per imporre la candidatura di Amsterdam a sede post Brexit dell’Agenzia sono state scoperte a cose fatte. A partire dal fatto che la sede non c’era, ne erano state indicate due, lo Spark Building come sede provvisoria, dopo che altre due ipotesi erano state definite non congrue, e poi la presunta sede definitiva, il Vivaldi Building. Di cui però ancora non c‘è mattone su mattone, e dovrebbe essere pronta per marzo 2019. Il governo olandese era stato costretto a rendere pubblici alcuni atti che aveva secretato relativi alla gara. “Abbiamo capito che i nostri sospetti erano fondati”, aveva tuonato il sindaco Beppe Sala. “Pensate se avessimo fatto una cosa del genere noi italiani”. Sono partite le richieste legali (tre ricorsi: governo italiano, comune di Milano e regione Lombardia) per verificare se ci siano le condizioni per modificare la famosa decisione “ai bussolotti” e portare Ema al Pirellone, che è lì bell’e pronto.

      

Nei giorni scorsi, l’offensiva si è fatta più politica, e con più evidenza non solo milanese. Martedì le parole di Sala. Poi il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni (“il comune, la regione e il governo stanno lavorando e continueranno a lavorare per verificare che il processo sia stato fatto con correttezza e trasparenza, perché se così non fosse non sarebbe un torto solo a Milano ma un torto all’Italia e all’Europa) infine Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo. Sull’Ema era intervenuto anche il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi: “Ema è sicuramente tra le priorità che si porranno sul tavolo del prossimo governatore della regione Lombardia, di qualsiasi schieramento politico esso sia. Come Assolombarda stiamo mettendo in gioco tutte le nostre energie”. Tajani ha invece preso carta e penna e scritto una lettera a Claude Juncker, presidente della Commissione europea: la richiesta era di rendere pubbliche le garanzie che l’Olanda aveva offerto in fase di candidatura. Lo scopo di Tajani era quello di mettere “il Parlamento nelle condizioni di deliberare su questa materia in modo significativo e informato”. Ma la faccenda è complicata, anche dal punto di vista squisitamente istituzionale. Sulla sede dell’Ema, come si sa, la scelta è stata fatta dal Consiglio dell’Unione europea, non dalla Commissione. E l’Europarlamento ha soltanto poteri di co-decisione che potrebbero portare a una modifica del regolamento Ue che istituisce l’Agenzia, passo necessario per definire, eventualmente, l’assegnazione di una nuova sede. E la partita si fa, come ognun vede, più delicata.

      

La dimostrazione è in quanto accaduto ieri, a parte e a margine della passeggiata in riva all’Amstel degli europarlamentari. Un documento dell’ufficio giuridico del Consiglio della Ue (26 pagine) diffuso ieri ha spiegato che la richiesta di Milano di una sospensiva sulla decisione di assegnazione non può essere accolta. Secondo il documento, il comune di Milano avrebbe infatti sbagliato sotto il profilo formale, ricorrendo contro la “decisione del Consiglio dell’Unione europea”, mentre il Consiglio non va “considerato l’autore della decisione impugnata, ed essa non può in alcun modo essergli attribuita”, in quanto la decisione su Ema è stata formalmente adottata “dai rappresentanti degli stati membri che hanno agito dunque non in qualità di membri del Consiglio, ma in qualità dei rappresentati dei loro governi, esercitando in tal modo collettivamente i poteri degli stati membri”. Così come in causa non dovrebbe esserci il comune di Milano, bensì la Repubblica Italiana, trattandosi di una decisione presa dagli stati. Lana caprina, forse, ma anche l’eco di uno scontro sotterraneo tra poteri europei.

     

A stretto giro, ieri l’avvocato Francesco Sciaudone, managing partner di Grimaldi Studio Legale che ha curato i ricorsi del comune, ha replicato che se il ricorso presentato “fosse davvero irricevibile il tribunale l’avrebbe già fatto sapere, ma non è stato così”. E ha incalzato il Consiglio europeo: “Si difende per giustificare una situazione incresciosa che si è creata, perché la selezione riguardava un’offerta olandese più volte modificata, come ormai sappiamo bene”. partita complicata, ma c’è sempre quella di ritorno.

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