San Giuseppe che parla. Uno spettacolo a teatro

Ma come avrà fatto a dormire, il falegname, la notte in cui la sua Maria... Era un uomo

19 Gennaio 2018 alle 06:00

San Giuseppe che parla

Sogno di San Giuseppe, Giuseppe Maria Crespi (1665-1747)

“Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi”. L’inizio del secondo capitolo dei Promessi sposi è pieno d’ironia, controcanto alla tribolata notte di don Abbondio. Ma il problema di riuscire a dormire la notte, per noi umani moderni e tribolati, è intimo e serio. Soprattutto quando a togliere il sonno sono le cose più acute. Se non le Ultime, almeno le penultime e urgenti. San Giuseppe che dorme è una storia che ormai conoscono in molti, da quando Francesco ha raccontato di averne una statuetta sul tavolo, che “mentre dorme di prende cura della chiesa”. La devozione ha anche un suo lato curioso, sotto il profilo letterario (esiste molta letteratura, su quest’uomo taciturno e sul suo “sogno”) e iconografico. Di solito, infatti, il falegname di Nazareth è rappresentato nell’atto di vegliare sulla sua Sposa e sul Bambino, come nella magnifica Fuga in Egitto di Caravaggio. Altro che dormire. Eppure dormì profondamente, “quella” notte.

   

Raramente viene in mente di porsi la domanda cruciale: ma come avrà fatto, Giuseppe, a dormire quella notte? La notte calata dopo quel tardo pomeriggio in cui Maria, la sua fidanzata, era venuta a dirgli quel che le era accaduto. Ed erano altri tempi. E lui alla ragazza voleva bene. Ed era un uomo giusto, aveva già considerato di chiudere la storia in segreto, senza scandali. E le aveva sorriso. “E Giuseppe, che aveva già molti anni sulle spalle, conosceva bene queste cose, sapeva che occorreva darsi da fare, come dite voi, per il ‘male minore’, anche se sapeva già che il mondo non li avrebbe compresi perché non aveva nessuna intenzione di comprenderli. ‘Ma allora tu capisci?’ gli chiese la ragazza, quasi saltellando di felicità. Giuseppe sorrise dolcemente. ‘No’ rispose”. La domanda se l’è fatta Luca Doninelli, scrittore e drammaturgo, in un testo (inedito per ora), un monologo in cui a rispondere, al posto del falegname, è Gabriele, l’angelo: Giuseppe non parla mai, si sa. Il testo andrà in scena lunedì sera, in una sede che non è deputata al teatro, ma nemmeno è soltanto un luogo per conservare opere d’arte (ha una bella pinacoteca), il Museo Diocesano in corso di Porta Ticinese: un luogo di cultura che sta lavorando per diventare “més que un museu”, come direbbero a Barcellona. A portare in scena il monologo di Doninelli sarà Maurizio Donadoni, uno dei più bravi attori della scena italiana, non nuovo alle scelte di nicchia, di ricerca.

   

A raccontare è Gabriele, l’Inatteso, il Non Previsto. La storia la sappiamo dai Vangeli, gli apparve in sogno e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa; perché, certo, ciò che è stato generato in lei viene dallo Spirito Santo”. Ma affinché Gabriele potesse sussurrare quelle parole, doveva aspettare, seduto accanto alla sua branda, che Giuseppe prendesse sonno. “Perché quella notte Giuseppe dormì come tutte le altre notti, sebbene nessuna notte come quella sembrasse fatta apposta per non dormire. Chi di voi avrebbe potuto dormire, quella notte?”. Ma lui, Giuseppe, “si coricò in pace, come tutte le altre notti, allo scadere della stessa ora di sempre, e come tutte le altre notti subito prese sonno, e questo fu – e non soltanto ai miei occhi – il più grande, il più misterioso di tutti i miracoli, che fece di quell’uomo, di Giuseppe, il più grande tra gli uomini sulla terra”. Come fece, dunque, a prendere sonno? Quella e tutte le altre volte (Giuseppe non parla mai con nessuno: ciò che deve sapere gli viene comunicato mentre dorme). Certo è un buon israelita, e un uomo giusto. (“Questo significa essere giusti: conoscere il poco e niente che siamo”, risponde nel sogno all’angelo). Ma il miracolo vero, la cosa difficile, o sorprendente da capire, in questi tempi poi di #metoo e di lotta nel fango tra uomini e donne, narcisismi sul ring, è che Giuseppe sorride alla sua ragazza, e di questa cosa enorme che gli era capitata, e se la prende in carico, e ci dorme sopra. “E’ l’alba, Giuseppe, e si avvicina l’ora in cui, posati i piedi a terra, calzerai i sandali, come tutti i giorni, e uscirai nel primo sole per raggiungere il tuo lavoro: e a quell’ora puoi star certo che Dio avrà già messo sulle tue spalle tutto ciò di cui avrai bisogno. Ci troverai un pensiero: il pensiero di Lei, della tua piccola sposa. Abbi a cuore quel pensiero, come ciò che hai di più caro al mondo”.

   

Un fuorilegge in nome di Dio di Luca Doninelli andrà in scena lunedì 22 alle ore 21 al Museo diocesano, con Maurizio Donadoni, il canto di Francesca Della Monica, le musiche dal vivo di Giammario Conti, per la produzione del Teatro degli Incamminati.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    03 Aprile 2018 - 08:08

    Dopo quel sogno Giuseppe fece sesso con l’impeto della controprova della falsità del sogno che non predice mai l’evento come sensazione o fantasia mai confessata. Fu un sogno e basta, con l’ansia e la meraviglia della fantasiosita’ che solo i sogni hanno. Poi l’alba, i sandali e la bisaccia. Cose normali di vita vissuta e consumata. Giuseppe è tra noi perché è come noi, niente di divino, e come tale lo riconosciamo e accettiamo. La sua sofferenza del vivere è la nostra.

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