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Chiusi a San Siro

Nuova brusca frenata per lo stadio. Il Milan se ne va? Boh. Sala impaziente, cinesi attendisti

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

11 Gennaio 2018 alle 18:56

Chiusi a San Siro

Tifosi del Milan sugli spalti di San Siro (foto LaPresse)

“Facciamola semplice: penso che per Milano, per i tifosi e per i turisti, l’impianto debba essere ammodernato. Il Milan quando sarà in grado di dirmi se è disponibile o no a investire insieme nel nostro stadio?”. Il tuìt di @BeppeSala, qualche giorno fa, ha raggiunto lo scopo di provocare una risposta della squadra con i colori rossoneri. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, tutti sanno che è tifoso interista. Ma è ovvio che nella faccenda a nervi tesi, di queste ore attorno al futuro dello stadio Meazza, che è di proprietà del comune, il credo calcistico non c’entri nulla. Sala è un manager e ha un problema grosso come uno stadio, appunto. Il problema è il necessario rifacimento-riallestimento dello storico impianto. Per adeguarlo alle norme, per renderlo remunerativo per comune e club, per renderlo appetibile ad attrarre in futuro finali Uefa e quant’altro. Un po’ di restyling s’era già fatto, in occasione della finale di Champions 2016. Ma poi tutto s’è fermato ancora. Complice anche il caotico progetto finito in niente del Milan (tendenza Barbara Berlusconi, quando ancora c’erano i Berlusconi) di costruire uno stadio di proprietà su un’area di FieraMilano al Portello: progetto naufragato con grave incazzatura domestica del patròn Silvio e penale (poi ridotta) da pagare a Fiera. Tempo perso, mentre l’Inter, allora a trazione indonesiana, si diceva disposta a fare di San Siro “Casa Inter”, a ristrutturare mettendoci del suo e tenersi tutto. Arrivati i cinesi di Suning, avevano confermato: noi restiamo volentieri. E se il Milan trasloca altrove, per noi meglio. Attaccati alle tradizioni, i cinesi. Si sa.

 

Ora, dopo altri tiramolla, qualche mese fa il comune ha schiacciato l’acceleratore: vorrebbe una risposta chiara su chi ci sta delle due squadre a condividere il progetto di ristrutturazione, impegnandosi a rimanere al Meazza per un tempo medio-lungo. Che Palazzo Marino ci tenga (in passato, le varie Amministrazioni hanno anche messo paletti su paletti a eventuali “traslochi”) non è solo sentimento cittadino: San Siro vale dieci milioni di affitto annui, senza Inter e Milan diventerebbe un moloch inutile e un buco nero nel bilancio. Però Sala è un pragmatico, se qualcuno vuole costruire uno stadio di proprietà, si accomodi. Basta che decida. Due o tre mesi da Natale. “Poi bisogna arrivare a una sintesi”, Sala dixit. I lavori devono partire a giugno 2018, altrimenti salta il prossimo campionato.

 

Da via Aldo Rossi, la nuova CasaMilan in zona Portello, è arrivata però la risposta meno desiderata da Palazzo Marino: una lettera di disdetta del contratto che lega il Milan al comune in scadenza proprio a giugno 2018. Da qui il “ci facciano sapere” del sindaco. Seguito da nuove repliche, e da una comunicazione ufficiale: “Ac Milan precisa che il club non ha mai manifestato il desiderio di lasciare San Siro”. Ma i due-tre mesi per decidere se costruire un nuovo stadio, quell’interista del sindaco se li scorda: ci vorrà almeno un anno e mezzo, e le due aree che il Comune ha fino ad ora indicato, zona Rogoredo e Porto di Mare, non piacciono. In effetti la zona è una scommessa urbanistica, Linea gialla a parte. E’ un’area in via di gentrificazione, ma pericolosamente in bilico tra vocazione spettacoli-grandi eventi (lì vicino c’è un’area strutturata per concerti rock), mano pubblica (Ortomercato da smantellare-reinventare), bonifiche e ambizioni private. Troppa roba per decidere, in tre mesi, la costruzione di uno stadio. L’Inter dei cinesi di Nanchino è pure irritata: “Abbiamo investito tempo e risorse nello stadio dei milanesi, il nostro piano è chiaro a tutti da 18 mesi e non è cambiato. Aspettiamo un tavolo con gli attori coinvolti per parlarne con chiarezza”.

 

Beppe Sala dovrà probabilmente farsene una ragione, come per le performance vieppiù sbiadite della sua squadra del cuore. Troppa roba, decidere di uno stadio, per le due società “diversamente cinesi” di Milano. Il Milan attualmente nelle mani della holding internazionale che fa capo a Yonghong Li è, nei fatti, in mano ai suoi creditori (300 milioni in totale), il fondo americano Elliott in primis, che entro ottobre 2018 vuole vedere gli interessi onorati. E sta affannosamente cercando partner disponibili a rifinanziare il debito, allungando le scadenze e abbassando i tassi. Vasto programma, direbbe De Gaulle. Ma anche l’Inter, che ha proprietà solida, al momento non può non avere qualche dubbio di fronte a un investimento strutturale come quello per San Siro – il progetto è di costruire nelle zone adiacenti un’area sportiva propria, nonché centro commerciale, ristoranti eccetera tutti colorati di nerazzurro. Ma a Pechino hanno deciso di mettere un freno agli investimenti “non strategici” delle aziende cinesi all’estero. E il calcio, a partire dal 2018, strategico forse non è più. Non significa dismissioni, ma prima di aprire “Casa Inter”, ci si dovrà pensare.

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