La guida che serve per evitare che la pandemia risvegli i sovranismi

Pier Carlo Padoan

La crisi è l’occasione per un cambiamento a condizione che l’Europa capisca che l’isolamento politico non è mai una cura

Una volta passata la crisi sanitaria, l’economia e la politica economica in Italia e in Europa non saranno più le stesse. In Italia, auspicabilmente, la politica economica del governo sarà riuscita a contenere il violento choc (di domanda e di offerta assieme) in misura tale da evitare non tanto la recessione, che appare inevitabile, quanto una estesa stagnazione dell’attività produttiva con chiari danni per l’occupazione. Allo stesso tempo, data la dimensione delle misure di aggiustamento richieste dalla gestione della crisi, il debito sarà più elevato e la fragilità finanziaria del paese sarà maggiore se la crescita del pil non dovesse risalire e collocarsi al di sopra del tasso di interesse (condizione essenziale per permettere al debito di calare rispetto al pil). Si porrà nuovamente la questione della politica per la crescita al di là della gestione della crisi. Questione che non può che essere affrontata con un respiro strutturale e di medio lungo periodo. Vedremo se la politica, una volta gestita l’emergenza, riporterà il dibattito su questo terreno e in questi termini, ma è lecito dubitarne. Se non altro, vista la violenza della crisi, è ragionevole attendersi un dibattito sui modelli di fornitura e di gestione dei servizi di welfare, compreso ovviamente il sistema sanitario, ma non solo. Sarà comunque forte la tentazione di guardare altrove e considerare come definitivo l’abbandono di regole fiscali europee che l’emergenza coronavirus avrà probabilmente fatto sospendere. Sarà anche forte la tentazione di sbandierare che le regole fiscali sono dannose o tuttalpiù inutili e quindi altrettanto inutile il dibattito su come modificarle. Si aprirà una fase delicata in cui le regole vigenti saranno inefficaci e quelle nuove ancora non disponibili. Nel frattempo, sopratutto per un paese fragile come il nostro, le regole di sostenibilità finanziaria saranno dettate dai mercati.

 

Le cose non andranno meglio a livello europeo. Il coronavirus si è dimostrato letale anche per le istituzioni e le relazioni tra paesi. Il nazionalismo è improvvisamente tornato alla ribalta nelle azioni prima ancora che nei proclami. E’ disarmante notare come di fronte alla necessità di affrontare un “male pubblico” per eccellenza come una pandemia si faccia tanta fatica a riconoscere la necessità di disporre di un “bene pubblico” come un sistema comune di gestione delle crisi sanitarie. Non a caso un analogo discorso riguarda la necessità di disporre di strumenti europei di gestione delle crisi economiche e di azione collettiva, dagli eurobond al meccanismo di assicurazione contro la disoccupazione. Si è invece spesso preferito pensare che il virus fosse un soggetto “portatore di passaporto”, rispettoso dei confini nazionali, e come tale fosse compito del vicino occuparsene. Analogamente si è spesso sostenuto che la responsabilità della instabilità economica fosse unicamente nazionale e non anche in parte dovuta al funzionamento dei meccanismi comuni. Nei fatti le risposte sovraniste si sono moltiplicate con la chiusura unilaterale delle frontiere, l’interruzione dei voli, la richiesta di cancellare Schengen. Anche in questo caso, come in quello delle regole fiscali, la pandemia si è rivelata portatrice di frammentazione.

 

La pandemia impatta dunque sia sul comportamento dei sistemi economici sia sulla risposta della politica. Quali le conseguenze per il dopo crisi? In ambedue i casi, quello dell’Italia e quello dell’Europa ci saranno due strade. Rispettivamente, quella della involuzione e l’allontanamento dall’Europa (il declino e la sua gestione) e della frammentazione o quella della uscita dalla stagnazione a livello nazionale e della crescita sostenibile a livello europeo (il Green Deal). Ma non si tornerà al passato. Come spesso, ma non sempre, accade le crisi sono anche una grande occasione per un cambiamento. Ma approfittarne richiede visione e leadership. Da questo punto di vista sarà decisivo l’atteggiamento delle istituzioni, a cominciare dalla Commissione europea che nei confronti dell’Italia sta mostrando grande flessibilità. Ciò potrà contribuire non solo a gestire la crisi efficacemente ma anche a ricostruire una valutazione positiva dell’Europa nel sentire comune, non solo in Italia, e togliere spazio a atteggiamenti sovranisti o “neo sovranisti” che la pandemia potrebbe risvegliare.