Chi difende i liberi professionisti dagli effetti del coronavirus?

Barbara D'Amico

Come associazioni di categoria, ordini professionali, rappresentanti sindacali ed esecutivo stanno cercando di superare il divario tra chi ha un posto fisso e chi, lavorando in proprio, non ha indennità né coperture

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, dove però i lavoratori non sono tutti uguali. Se ne sta accorgendo anche il Governo che, per contenere gli effetti collaterali del coronavirus sull’economia, sta incontrando non poche difficoltà nel creare ammortizzatori e strumenti a difesa non solo dei lavoratori dipendenti ma anche degli autonomi e delle partite Iva. La direzione è giusta e lo sforzo immane: associazioni di categoria, ordini professionali, rappresentanti sindacali ed esecutivo stanno cercando di produrre in pochi giorni ciò che normalmente richiederebbe anni di confronto e affinamento, e tutto per rimuovere l’odioso divario tra chi ha un posto fisso e para-fisso e chi lavora in proprio e non ha indennità né coperture.

 

Tra le prime a dare l’allarme sulla situazione dei lavoratori autonomi ci sono le sigle dei sindacati confederali che tutelano chi non ha un posto a tempo indeterminato. Felsa Cisl, NIdiL Cgil e UilTemp nei giorni scorsi hanno proposto misure mirate per specifiche classi di autonomi e atipici, dimostrando anzitutto che non è corretto trattare le partite Iva come un unicum a cui poter estendere indistintamente misure concepite per il lavoro dipendente. “Dobbiamo avere le spalle larghe, non c’è altra soluzione”, conferma al Foglio Andrea Borghesi segretario generale NIdil Cgil. “Il vero tema adesso è la creazione di strumenti universali per coprire categorie completamente scoperte come i collaboratori sportivi”. Un universo, quello di chi opera in palestre e centri ricreativi che, secondo stime NIdil Cgil, a vario titolo in Italia cuba quasi 500 mila addetti.

 

“L’attenzione da parte del Governo c’è e stiamo lavorando tutti insieme, ma c’è un po’ di difficoltà nel metter mano a una strumentazione studiata per il lavoro dipendente e non adattata al lavoro autonomo in generale”. Ad esempio l’estensione della cassa integrazione, che non è chiaro come possa applicarsi a un istruttore di nuoto. Se però gli atipici hanno almeno degli appigli contrattuali a cui far riferimento, diverso è il discorso per gli ordini professionali che non hanno armi per difendersi. Anche per questo il 10 marzo l’Ordine nazionale dei dottori commercialisti insieme a Confindustria ha presentato un pacchetto di misure urgenti per tutelare le imprese ma soprattutto i quasi 120 mila professionisti del fisco. “La situazione è difficile in tutta Italia, a partire dal mio punto d’osservazione qui in Veneto”, spiega al Foglio il presidente del CNDCEC Massimo Miani. “Lo stop ai versamenti fiscali o la moratoria sui mutui può sicuramente aiutare, ma non essere risolutiva. E’ cioè necessario un intervento dell’Europa, un intervento concreto di liquidità”. E non solo per i commercialisti. Quanta liquidità, difficile stimarlo.

 

I lavoratori freelance e in proprio sono meno di due milioni, ma i criteri per individuarli non sono omogenei, proprio come disomogenea e frammentaria è ora la risposta allo stop produttività. “Il problema è che non ci sono risorse per intervenire su tutti indistintamente, per garantire cioè liquidità corrente (come ad esempio i 500 euro al mese per tre mesi proposti per gli autonomi delle zone rosse ndr) e quindi occorre individuare comunque dei criteri distintivi”, spiega Anna Soru, presidente di Acta, associazione che rappresenta i freelance nonché realtà promotrice dello Statuto del Lavoro Autonomo diventato legge nel 2017 eppure monco dei decreti attuativi. “Lo Statuto del lavoro autonomo in realtà non prevedeva l’intervento sugli ammortizzatori sociali, questi percorsi hanno bisogno di tempo. Il mercato del lavoro si è nel frattempo sfilacciato. Il fatto ad esempio che moltissime donne freelance non riescano ancora oggi ad accedere all’indennità di maternità è una vergogna ed è come se emergesse chiaramente che il sistema di welfare calibrato su categorie fisse oggi non possa funzionare per queste categorie. Ma tutta questa situazione è anche la molla per cambiare tutto ciò”.