Un confronto inevitabile

Lezione portoghese per Vannacci? Così Ventura ha conquistato gli astenuti

Enrico Cicchetti

Chega è esploso mobilitando chi non votava più. Un meccanismo che potrebbe tentare anche la nuova destra radicale italiana. Ma servono pragmatismo e capacità di ascolto che il generale non ha ancora dimostrato

Se Roberto Vannacci cercasse un modello per la sua “cosa nera”, potrebbe guardare a Lisbona. Lì André Ventura ha fatto ciò che ogni leader populista sogna: riportare al voto chi aveva smesso di crederci. Ma il parallelo, per quanto suggestivo, nasconde insidie. L'ascesa di Chega in Portogallo non si spiega solo con lo spostamento di voti da altri partiti. I dati mostrano che una quota significativa del consenso raccolto dal partito di estrema destra arriva da ex-astenuti, in un paese dove l'astensionismo è strutturale e paragonabile a quello italiano. Già per le legislative del 2025 esistono dati abbastanza solidi (come quelli raccolti da un sondaggio Cesop/Universidade Católica per Rtp, per esempio) che indicano come Chega sia riuscito a mobilitare chi non votava più: una leva che potrebbe rivelarsi cruciale anche per il nuovo partito della destra radicale italiana, che unisce la protesta identitaria e anti-sistema al richiamo diretto a un elettorato che non si rivede più nella Lega salviniana o nella destra di governo. La domanda è: può un meccanismo simile a quello che ha fatto esplodere Chega attivarsi anche per Vannacci? La risposta non è scontata.

“Quello dell’astensione è un dato chiaro”, spiega Riccardo Marchi, ricercatore associato presso il Centro di Studi Internazionali dell’Iscte-Iul, professore dell’Università Lusófona di Lisbona ed esperto di radicalismo di destra. “La crescita di Chega dal 2019 fino a oggi ha corrisposto a un calo dell’astensionismo alle elezioni legislative e presidenziali”. Fondata nel 2019, Chega ottiene alle prime legislative appena l’1,3 per cento e un solo seggio, quello di Ventura. Ma già nel 2022 elegge dodici deputati e oggi ne conta sessanta. Un’ascesa che si innesta su una dinamica di lungo periodo: “Negli anni precedenti c’era sempre stato un aumento preoccupante dell’astensione in Portogallo, dovuto al fatto che dal 1974 gli attori politici che si giocavano il potere erano sempre gli stessi. Quindi molti elettori che non si rivedevano più nel Partito socialista o nel Partito socialdemocratico non andavano alle urne”. Per decenni il sistema è rimasto bloccato in un bipartitismo di fatto, con i conservatori del Cds come alleato occasionale. “Ma da lì non si scappava, non c’era mai stato nessun altro tipo di cambiamento. L’unica grossa novità era stata nel 2015 il primo governo di António Costa, che aveva portato nell’area governativa la sinistra radicale”. È in questo spazio che si inserisce Chega: “La performance di André Ventura dal 2019 in poi ha convinto molti ‘elettori di protesta’, che si rifugiavano nell’astensione perché non c’era un’alternativa di voto, a tornare alle urne. In queste presidenziali la cosa interessante è che, al secondo turno, quasi due terzi dell’elettorato di centrodestra ha preferito António Seguro, il candidato socialista, ad André Ventura”. Un cordone sanitario che ha retto: “Effettivamente sì, ha funzionato più di quello che ci si poteva aspettare. Al ballottaggio c’è stata una forte mobilizzazione di tutti i politici e gli intellettuali di centrodestra per chiedere agli elettori di votare Seguro e non Ventura”.

Qui emerge anche una possibile lezione per il centrosinistra italiano. “Seguro era il candidato adatto per riuscire a conquistare i voti di centrodestra. Rappresenta l’ala moderata centrista del Partito socialista. Con un candidato più vicino all’ala sinistra del partito, è probabile che molti elettori di centrodestra non sarebbero tornati alle urne”.

Ma il modello portoghese è davvero esportabile? Ovvero, Vannacci dovrebbe guardare a Ventura? Marchi invita alla cautela. “La realtà politica portoghese è difficilmente applicabile al caso italiano, soprattutto a destra, perché in Portogallo la presenza di un candidato di destra radicale è un’assoluta novità mentre noi in Italia abbiamo avuto Msi, Alleanza Nazionale, Lega, Fratelli d’Italia. La differenza decisiva è l’assenza di concorrenza a destra. Tuttavia, in Portogallo come probabilmente in Italia, il potere si gioca al centro”. Il vero punto, però, al di là delle differenze di contesto, è la leadership. "Ventura ha una doppia abilità. La prima è quella di aver capito la logica dei media. È abilissimo a conquistare le prime pagine dei giornali e le aperture dei tg. La seconda abilità è quella di ascoltare la sua base elettorale e modificare il suo linguaggio rispetto agli input che gli arrivano”. Un pragmatismo che, come nota Marchi, si riflette nelle politiche: dall’abbandono dell’iniziale ultraliberismo economico, all’ammorbidimento sull’immigrazione, fino a posizioni realistiche su Europa, Ucraina e politica internazionale. “Non so se Vannacci abbia questa capacità di sentire l’umore dell’elettorato, capirlo e modificare il suo discorso in base ai feedback che riceve”, conclude l'esperto. La lezione portoghese, dunque, non è che basti essere “contro” per riportare al voto chi si era chiamato fuori. Ventura ha funzionato perché ha saputo ascoltare, correggersi, normalizzarsi senza smettere di polarizzare. Vannacci, per ora, appare più un simbolo che un leader capace di questa duttilità. E senza quella capacità di adattamento, il suo esperimento può restare confinato nel recinto ristretto dei già convinti.

  

  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti