Ansa

L'editoriale del direttore

Meno propaganda politica, più colonnelli. Evviva i militari in Parlamento

Claudio Cerasa

Depoliticizzare il dibattito sul piano anti Putin mettendo il governo da parte e facendo entrare in campo (in Aula) i vertici delle forze armate. Incursione nelle rivoluzioni della Difesa, con svolta sui Servizi e un anno cerchiato: 2030

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, il Parlamento italiano verrà sommerso da un numero spropositato di volti appartenenti al mondo dei militari. La lista è già pronta ed è sterminata. Capo di stato maggiore dell’Esercito, capo di stato maggiore della Marina, capo di stato maggiore dell’Aeronautica, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Comandante del Covi, Comandante delle Forze operative terrestri, comandante delle Forze marittime, comandante delle Forze aeree, comandante del Cofs, comandanti nei domini terra mare aria spazio e cyber, comandanti di brigata, comandanti di reggimento, comandanti di stormo, comandanti di grandi unità navali, comandanti di basi arsenali aeroporti, direttori di poligoni e aree addestrative, responsabili di reparti logistici e manutentivi, comandanti delle operazioni spaziali, responsabili per la difesa da minacce ibride, responsabili della protezione delle infrastrutture critiche terrestri digitali e sottomarine, direttore del Genio militare, responsabili dell’edilizia militare, responsabili della costruzione e gestione di bunker e opere strategiche, responsabili di alloggi caserme e infrastrutture di supporto, rappresentanti dell’industria nazionale della Difesa.

 

L’operazione, almeno per il momento, non prevede l’organizzazione di alcun golpe ma, al contrario, prevede un esercizio democratico di cui l’Italia ha disperatamente bisogno: depoliticizzare il dibattito sul futuro della Difesa portando le discussioni su questo tema lontano dalla polarizzazione dei talk-show e affidando ai tecnici, dunque ai militari, il compito di spiegare, in modo neutrale, cosa sta succedendo in giro per il mondo, cosa sta succedendo attorno all’Italia, cosa sta succedendo ai confini della nostra Europa. L’urgenza di far sfilare a tamburo battente i militari in Parlamento, in commissione, è dettata da questioni pratiche, politiche e culturali. La questione pratica coincide con due notizie, una ormai nota e una ancora no. Quella nota: all’inizio del prossimo anno il governo porterà in Consiglio dei ministri un disegno di legge per riorganizzare la Difesa. Quella non nota: l’intenzione del ministro Guido Crosetto è quella di depoliticizzare il dibattito intorno al futuro della Difesa al punto da affidare completamente a non politici il compito di spiegare quello che serve all’Italia. La questione politica riguarda un punto che non sfuggirà ai lettori più attenti: la volontà di depoliticizzare il dibattito attorno al futuro della Difesa nasce dalla necessità di presentare la realtà nuda e cruda, sulle minacce di fronte alle quali si trova l’Italia, sia ai cripto-putiniani di sinistra sia a quelli di destra. Un conto è un politico che spiega la realtà – realtà che non è di destra o di sinistra ma è soltanto realtà. Un altro conto è un tecnico che, sulla base delle proprie esperienze, spiega la realtà senza darle colori politici – questa è la realtà, non è politica, se volete negarla, fate pure.

 

 

Il terzo elemento, culturale, coincide con un’affermazione forte che Crosetto aveva consegnato ai cronisti alcune settimane fa: la minaccia russa è reale, non teorica, lo è anche per l’Italia, e di fronte a questa minaccia l’Italia è ancora “impreparata”. L’essere impreparati, ovviamente, ha una sua valenza di natura operativa. E la necessità di aumentare le spese della Difesa nell’ambito del piano della Nato, in fondo, è il riflesso di questa esigenza: bisogna spendere di più perché senza investire di più nella Difesa verremmo investiti dalla realtà del riarmo degli altri. Ma l’essere impreparati, rispetto a quello che è il quadro italiano, riguarda prima di tutto un altro ambito: quello legato al dibattito pubblico. Ci sono paesi in cui parlare della minaccia russa, della necessità di prepararsi a una futura guerra, della necessità di prendere sul serio ciò che ci sta attorno non è un tabù. E ci sono paesi, come l’Italia, in cui ogni discussione sulla necessità di prepararsi a future e non impossibili incursioni russe in Europa viene considerato un tema da esorcizzare, quasi come se l’evocazione di quello scenario fosse un modo come un altro per provocare la Russia.

 

Nel pacchetto che sarà inserito all’interno del disegno di legge, un pacchetto che a regime varrà circa dieci miliardi di euro l’anno, non vi sarà solo la già evocata questione della leva, non obbligatoria. Vi saranno prima di tutto altri aspetti, che ruotano attorno a uno scenario condiviso ormai a livello europeo: la data in cui i servizi di intelligence della Difesa prevedono che vi potrebbe essere un’incursione russa all’interno dei confini europei. La Germania, in un documento di cui ha dato notizia due giorni fa il Wall Street Journal, prevede un’incursione contro un paese Nato entro il 2029. L’Italia, secondo fonti qualificate consultate dal Foglio, prevede che questo possa accadere entro il 2030. Per prepararsi a questo scenario, i punti che saranno presenti nel disegno di legge sono questi. Leva militare volontaria, intesa come riserva fino a 10 mila unità, arruolate su base volontaria, richiamabili in caso di crisi, sulla base di una delega già prevista dalla legge 119/2022. Aumento di 30-40 mila militari da arruolare in 5-10 anni, per arrivare a circa 135 mila soldati ordinari (senza contare i Carabinieri), per aumentare di oltre un terzo la capacità difensiva italiana e per avvicinarsi ai 180 mila-190 mila uomini e donne mobilitabili. Certificazione del dominio cyber come spazio di difesa nazionale con la creazione di una “arma cyber” con 1.200-1.500 operatori dedicati, e relativa tutela giuridica per militari e civili impegnati in operazioni offensive e difensive. Nuove norme per superare, in deroga al codice appalti, le regole attuali che costringono la Difesa, nella sua attività edilizia, per esempio la costruzione di un bunker, a seguire gli stessi iter di chi costruisce un capannone industriale, con comitati locali in grado di bloccare opere strategiche. Una riforma del perimetro della responsabilità dei comandanti, distinguendo il rischio operativo/addestrativo da colpa grave. E infine il piatto forte: una (possibile) revisione delle norme che regolano l’intelligence.

 

L’Italia, come è noto, è una delle maggiori potenze militari europee ma è anche l’unica a non avere un servizio di intelligence militare. Tutte le funzioni informative dipendono da Dis, Aise e Aisi, presso la Presidenza del consiglio. Le Forze armate, invece, non hanno capacità proprie nei nuovi domini (cyber, spazio, ibrido). Colmare questo vuoto, per allinearsi agli standard della Nato, è da sempre una tematica che si trova in cima alle richieste del comparto della Difesa, già da prima di questo governo. Sarà la volta buona questa per affrontare il tema o come è già accaduto in passato si butterà la palla in tribuna? Le nuove coordinate della Difesa, come è evidente, sono dunque un tema politico, culturale e militare, oltre che tecnico. E da questo punto di vista l’auspicio è autoevidente: se invadere il Parlamento di militari può aiutare a depoliticizzare il dibattito consentendo alla politica di rincorrere un po’ meno le farfalle, quando si parla di difesa, e afferrare un po’ più di realtà, verrebbe da dire, ad alta voce: meno propaganda, più colonnelli, grazie.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.