ansa

la trasferta a Budapest

Ilaria Salis per il Pd è come Nelson Mandela

Salvatore Merlo

La chiamano familiarmente “Ilaria”, come Anita la moglie di Garibaldi. Qualcuno tra i dem la vorrebbe pure candidare alle europee. La descrivono come Spinelli a Ventotene, ma è soltanto una ragazza col manganello

Ilaria come Anita, come la moglie di Garibaldi. Così la chiamano quelli del Pd col gusto tutto speciale di fare il marketing giusto. Tuttavia, poiché non è Nelson Mandela, e non è nemmeno un’eroina della Resistenza andata a combattere la guerra di Spagna contro il nazifascismo, ma è bensì una giovane militante dei centri sociali che è stata arrestata a Budapest con un manganello telescopico nello zaino, resta incomprensibile come possa il Pd trasformare Ilaria Salis in una sua paladina.

E tuttavia la trasformano “nell’antifascista detenuta in Ungheria”, manco fosse Altiero Spinelli a Ventotene. Al punto che una delegazione di deputati, tra cui Laura Boldrini, assieme ad alcuni inviati dei grandi giornali, a militanti della sinistra extraparlamentare e al fumettista Zerocalcare, si è recata in trasferta in un tribunale ungherese gridando: “Vai Ilaria”, “forza Ilaria”. E non come si fa a una persona che sta forse subendo un torto, non come si fa davanti a una connazionale che vorremmo vedere giudicata in un tribunale italiano, ma come si fa nei cortei, a un comizio, o allo stadio. Qualcuno – secondo Repubblica addirittura Elly Schlein pensa persino di candidare Salis, la ragazza col manganello, alle elezioni europee accanto a Marco Tarquinio e a Lucia Annunziata. Si mette così sempre più a nudo la povertà  e la superficialità temeraria di una classe politica disposta a ingaggiare una battaglia delirante. Erano infatti più comprensibili, molti anni fa, quegli agiografi di sinistra del Mullah Omar, ammirato come il guerriero in motocicletta. Almeno quello stava dentro la mostruosità della storia, non in un trafiletto di cronaca giudiziaria e teppismo politico. 


 Sarebbe meglio che Ilaria Salis non fosse trattenuta in ceppi in aula e che fosse ospitata in un carcere civile e dignitoso, tutte caratteristiche che non appartengono  precisamente al sistema carcerario ungherese (ma nemmeno a quello italiano che secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo è persino peggiore). Ma dal condurre una battaglia di civiltà del diritto, all’elevare al rango di simbolo della sinistra una donna sospettata di aver partecipato a dei pestaggi ce ne passa. E il discrimine che passa tra le due cose è quello della decenza, e del rispetto della sinistra italiana per la sua stessa storia che è stata fatta da uomini e donne contrari alla violenza ideologica e che anzi, negli anni bui del terrorismo, caddero per questo, come l’operaio comunista Guido Rossa.  

Queste cose le dovrebbe dire e scrivere un giornale di sinistra, ad avercene. Contro l’estremismo ideologico il Pci diede forse la prova migliore della sua storia, che  è ora calunniata dai suoi stessi eredi. Ci vorrebbe forse  Alessandro Galante Garrone per spiegarlo, magari su Repubblica, a dimostrazione che la libertà in un giornale consiste nel non avere una linea di partito, ma un orizzonte che sollecita le intelligenze e le sensibilità in rapporto ai fatti e alle cose. D’altra parte andare a Budapest con un manganello non è  qualcosa che ti dovrebbe far conquistare un soprannome familiare sui giornali della sinistra (“la maestra Ilaria”) o un seggio all’Europarlamento proposto dal Partito democratico. Ma poiché Zerocalcare sembra essere diventato il direttore dei giornali della sinistra, e il Pd talvolta sembra occupato da un’assemblea studentesca del liceo, forse non c’è niente da fare.

Marx osservò che i grandi eventi e personaggi compaiono nella storia due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. E se oggi Schlein può immaginare di candidare la ragazza col manganello nelle liste del Pd non è perché ella si faccia contagiare dal carbonchio ideologico, ma perché è vittima d’una forma  di vacua  superficialità che manda in burla persino le cose serie.
 

Di più su questi argomenti:
  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.