no all'“emendamento Centinaio”

L'industria agroalimentare contro il ddl Lollobrigida sulla "carne sintetica"

Luciano Capone

Unionfood, che rappresenta le imprese del cibo, ha inviato a Bruxelles un documento in cui chiede alla Commissione europea di cancellare il divieto sul “meat sounding”. La legge made in Coldiretti danneggia il Made in Italy

Nel discorso d’insediamento alla Camera, Giorgia Meloni presentò il suo governo come improntato al laissez faire: “Il nostro motto sarà: non disturbare chi vuole fare”, disse. Le cose non stanno andando esattamente così. La legge del ministro-cognato Francesco Lollobrigida sul divieto di produzione di “carne sintetica”, diventato norma simbolo della culture war della destra, sta infatti agitando l’industria agroalimentare italiana che in Europa chiede l’abrogazione di un pezzo della legge: il cosiddetto “emendamento Centinaio” contro il meat sounding.

Si tratta dell’art. 3 della legge che che proibisce, per i prodotti a base di proteine vegetali, la denominazione riferita alla carne. È, insomma, la fine in Italia degli “hamburger di soia”, delle “polpette di ceci”, delle “cotolette di seitan” e di tutti gli altri analoghi prodotti per vegani e vegetariani. Unione Italiana Food (Unionfood), l’associazione membra di Confindustria che rappresenta l’industria agroalimentare italiana (56 miliardi di fatturato, 100 mila addetti, 530 imprese, 900 marchi, 18 miliardi di export), ha presentato a Bruxelles un parere contro la norma contenuta nel ddl Lollobrigida, nell’ambito della procedura europea Tris che serve a valutare la compatibilità della norma rispetto al diritto europeo, in particolare rispetto al mercato unico.

Secondo l’associazione guidata da Paolo Barilla, da poco scelto per succedere a Marco Lavazza alla presidenza di Unionfood, i prodotti a base vegetale rispettano pienamente la normativa europea sull’etichettatura degli alimenti, che garantisce un’elevatissima tutela dei consumatori sulle informazioni dei prodotti. Unione Italiana Food scrive che le imprese italiane operano “in questo settore da decenni nel pieno rispetto della correttezza e della trasparenza sulle informazioni sulle caratteristiche dei loro prodotti”, si legge nel testo inviato a Bruxelles, rispondendo a tutte le esigenze sanitarie, etiche e ambientali. Pertanto la richiesta dell’industria italiana alla Commissione europea è di “cancellare dalla legge la parte relativa al divieto di uso di nomi riferiti alla carne per i prodotti a base di proteine vegetali”.

Questi prodotti, che fanno parte di un segmento di mercato in forte crescita, sono già etichettati secondo il Regolamento europeo n. 1169/2011. “Non vi sono rischi di confusione con prodotti di origine animale e quindi – scrive Unionfood – non occorre uno specifico divieto” sull’uso del meat sounding. In sostanza, l’emendamento voluto dall’ex ministro leghista dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio e approvato dietro la spinta della Coldiretti con l’obiettivo “di tutelare il patrimonio zootecnico nazionale” riconoscendone “l’elevato valore culturale”, finisce per penalizzare l’industria della trasformazione. Ovvero il Made in Italy. Nel conflitto tra gli obiettivi del ministero dell’Agricoltura e quelli del ministero delle Imprese e del Made in Italy, è evidente che Lollobrigida è riuscito a difendere gli interessi della Coldiretti molto meglio di quanto il collega di partito Adolfo Urso ha fatto con l’industria agroalimentare, che si è rivolta alla Commissione europea per far valere le sue ragioni.

Al momento l’emendamento Centinaio non è effettivo, perché serve un decreto attuativo del ministero dell’Agricoltura che fornisca l’indice delle denominazioni proibite. Il decreto è ancora in fase di elaborazione ma, sebbene i termini scadano il 1 febbraio, il ministero potrebbe preferire di aspettare oltre. Fino al 4 marzo, che è la scadenza della procedura Tris, al termine della quale la Commissione europea valuterà la conformità della legge al diritto comunitario, valutando le osservazioni pervenute dalla società civile (come nel caso di Unionfood) e anche gli eventuali commenti di altri stati membri.

Questa procedura sta creando non poche complicazioni al governo. Già lo scorso 9 ottobre, come rivelato dal Foglio, Lollobrigida chiese il ritiro della notifica Tris alla Commissione Ue giustificandolo con il fatto che era in corso la discussione parlamentare e il testo avrebbe potuto subire delle modifiche. La mossa, piuttosto irrituale, aveva in realtà l’obiettivo opposto: evitare il giudizio dell’Europa, ormai prossimo visto che la procedura si sarebbe conclusa il 30 ottobre, per non modificare il testo. Il governo ha ritirato la notifica e così ha potuto approvare il testo originario evitando censure da Bruxelles.

La vicenda non era passata inosservata al Quirinale: il presidente Sergio Mattarella, non senza tensioni con il governo, ha preteso prima di promulgare la legge Lollobrigida che il governo reinviasse la notifica Tris a Bruxelles. Oltre a Unionfood, anche l’Associazione Luca Coscioni ha inviato un parere contro la parte della legge che mette al bando la “carne coltivata” in quanto limita il principio di libera circolazione delle merci e distorce il principio di precauzione.

Sul tema Lollobrigida è sempre molto attivo, ma anche molto teso. Sabato il Foglio ha anticipato la notizia di un non-paper presentato al Consiglio Agrifish da Italia, Francia e Austria in cui il governo sostiene una posizione diversa rispetto al proibizionismo: il documento chiede alla Commissione di fare un’estesa e approfondita valutazione d’impatto sulla carne sintetica prima dell’autorizzazione. In Italia, invece, il governo ha imposto un divieto prima di fare qualsiasi approfondimento.

All’articolo del Foglio, Lollobrigida ha reagito in maniera scomposta, pubblicando un comunicato sul sito del ministero che parla di “vaneggiamenti” e “fandonie” scritte da “propagandisti di mestiere” e “mistificatori seriali”. Al netto degli insulti, non c’è alcuna smentita nel merito.

“Siamo molto attaccati, pensano di farci saltare il sistema nervoso”, ha dichiarato Arianna Meloni, sorella della premier e moglie di Lollobrigida. Vedendo la reazione del marito ministro, è chiaro che non serve molto per far saltare i nervi a destra: basta informare e dare le notizie.

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali