doppio gioco

Sulla "carne sintetica", Lollobrigida fa in Europa quello che non fa in Italia

Luciano Capone

Il governo chiede a Bruxelles, insieme a Francia e Austria, un approfondimento "trasparente e scientifico" prima di autorizzare la carne coltivata. In Italia ha fatto l'opposto: divieto senza alcun approfondimento (basta la Coldiretti)

Francesco Lollobrigida parla una lingua in Europa e una in Italia. Non perché sia poliglotta, ma nel senso che su una sua bandiera politico-ideologica, il “no alla carne sintetica”, dice a Bruxelles cose molto diverse da quelle che dice a Roma. Il ministro dell’Agricoltura, infatti, reduce dalla trionfale approvazione del divieto di produzione e commercializzazione di carne a base cellulare, un mese fa aveva annunciato una “posizione comune” con Francia e Austria da presentare al Consiglio dei ministri agricoltura e pesca (Agrifish).

 

Dato che Lollobrigida premetteva che “anche la Francia ha avanzato una proposta di legge per vietare la produzione di carne sintetica” – affermazione falsa, dato che si tratta di una proposta dell’opposizione – l’impressione era che Austria e Francia si accodassero alla posizione dell’Italia: “Con questa legge siamo avanguardia in Europa”, diceva Lollobrigida. Invece, accade il contrario: è l’Italia ad adeguarsi alla posizione di Austria e Francia, che non propongono alcun divieto.

 

Il non-paper sul “ruolo della Pac nella salvaguardia di una produzione alimentare di alta qualità”, presentato da Austria, Francia e Italia – e supportato da altri nove paesi – ha un punto di vista critico sugli alimenti a base di carne coltivata, ma non riporta alcuna affermazione categorica né una posizione proibizionista. Piuttosto, il documento pone degli interrogativi: “Lo sviluppo di questa nuova produzione di alimenti coltivati in laboratorio solleva molte domande che devono essere oggetto di dibattito approfondito tra gli stati membri, la Commissione, le parti interessate e il pubblico in generale”.

 

Come premettono gli stessi estensori, buona parte delle questioni sollevate sono già affrontate dal regolamento europeo 2015/2283 sui “Novel food”, quello che appunto regola l’autorizzazione di questi nuovi alimenti, come i rischi per la salute umana o alcuni requisiti di etichettatura. Ma quelli che pongono i tre stati sono nuovi e ulteriori interrogativi su questioni etiche (“La produzione di carne da cellule può essere considerata un’alternativa più rispettosa degli animali rispetto all'’allevamento, anche se essa comporta l’uccisione di animali?”), questioni economiche (“Come garantire la sopravvivenza dell'allevamento e delle aree rurali? Come evitare la creazione di monopoli o oligopoli?”), questioni di sostenibilità (“Qual è la reale impronta di carbonio di queste tecniche di produzione di carne in laboratorio?”), domande di carattere sociale (“Come garantire che le disuguaglianze tra i consumatori non aumentino?”), problemi di salute pubblica (“Come garantire la sicurezza della tecnologia delle cellule staminali per evitare rischi per la salute dei consumatori?”), eccetera.

 

Come si vede, non c’è alcun punto esclamativo ma una lunga serie di punti interrogativi. Alla base del documento, che serve ad avviare una discussione sul tema, c’è la richiesta di “un approccio più ampio alla produzione di carne basata su cellule” avviando una discussione e consultazione “con gli stati membri e la società civile europea”. Pertanto, “è necessario un approccio trasparente, scientifico e completo per valutare lo sviluppo della produzione di carne artificiale basata sulle cellule”, dice Lollobrigida insieme ai suoi colleghi austriaco e francese: “Chiediamo alla Commissione di presentare una valutazione d’impatto completa e oggettiva sulla carne artificiale prima di qualsiasi autorizzazione alla vendita e al consumo”.

 

Al fondo, è evidente, c’è una profonda diffidenza nei confronti della cosiddetta “carne sintetica”, ma il metodo di Lollobrigida è opposto a quello adottato in patria. Se a Bruxelles infatti chiede di fare un approfondimento trasparente e basato sulle evidenze scientifiche prima di qualsiasi autorizzazione alla vendita e al consumo di tali prodotti (autorizzazione che, automaticamente, sarebbe valida anche per l’Italia), a Roma ha vietato la vendita e il consumo senza fare alcun approfondimento. Al ministro è bastato il volantino, pieno di fake news, della Coldiretti.  

 

Se avesse fatto una valutazione d’impatto su dati scientifici, il governo italiano avrebbe potuto portare a Bruxelles i risultati che ora chiede. Avrebbe, cioè le risposte alle domande che pone. Invece, ha vietato a prescindere. “È sconfortante che in Europa il ministro dell’Agricoltura promuova un approccio basato sulle evidenze scientifiche e sul dibattito informato, e non abbia concesso lo stesso in Italia – dice al Foglio Francesca Gallelli del Good Food Institute Europe –. Queste incongruenze sono la prova che, contrariamente a quanto affermato, gli alleati europei non intendono vietare la carne coltivata a priori”.

 

Dal punto di vista del governo, invece, l’operazione è un “successo politico” in quanto si sta “formando una coalizione” sul tema. La realtà, però, è che l’Italia è l’unico paese ad avere imposto un divieto nazionale. E nessun ministro di un paese europeo pensa di proporre una misura analoga a livello Ue. Neppure Lollobrigida.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali