Contro il coldirettismo. La cultura reazionaria alla base del no alla “carne sintetica"

Luciano Capone

Più che della destra sovranista, il divieto ai “cibi sintetici” è figlio della linea antimoderna che la Coldiretti riesce a dettare a tutti i partiti. Dall'autarchismo al No Ogm, dal No Ceta alla Xylella: così muoiono ricerca e innovazione 

La proposta di legge del governo Meloni che mette al bando la cosiddetta “carne sintetica” non è solo il prodotto dell’ostilità alla concorrenza e all’innovazione della destra. È qualcosa di peggio. Purtroppo è la manifestazione di una cultura reazionaria che in campo agroalimentare è molto più diffusa e trasversale, quasi unanime. Il divieto, infatti, non è farina del sacco del ministro Lollobrigida, su cui piovono molti applausi e qualche critica.

 

Ma è l’esito di una campagna politica lanciata dalla Coldiretti, che ha ottenuto il sostegno di tutte le forze politiche: a luglio, in campagna elettorale, tutte le proposte dell’associazione – tra cui il “no al cibo sintetico” – sono state accolte da tutti i leader politici, da Letta a Meloni, passando per Conte e Calenda. La petizione della Coldiretti per vietare la “carne coltivata” ha raccolto mezzo milione di firme e prima del governo hanno approvato mozioni contro la “carne sintetica” i consigli regionali di Toscana, Campania e Lombardia: sul tema il governatore emiliano del Pd Bonaccini dice lestesse cose del ministro Lollobrigida.

 

È il potere del coldirettismo, che da decenni detta – come non accade in qualsiasi altro settore economico – la linea dei governi, a prescindere dal colore politico. Giovedì, a Piazzapulita, erano ospiti Nunzia De Girolamo e Alfonso Pecoraro Scanio, due ex ministri dell’Agricoltura, una di centrodestra e l’altro di centrosinistra: tutti e due, ovviamente, favorevoli al divieto alla “carne sintetica” introdotto dal governo. Entrambi coldirettisti, come quando erano al governo.

 

De Girolamo da ministro partecipò, indossando la divisa della Coldiretti, a una manifestazione dell’associazione al Brennero con tanto di controlli ai camion alla frontiera per fermare i prosciutti stranieri. Pecoraro Scanio, invece, è l’autore insieme al suo successore Gianni Alemanno – in perfetta continuità sinistra/destra – della legge che vieta la coltivazione e la ricerca sugli Ogm. In tv ha affermato che la ricerca è libera, ma è falso. Basta ricordare il caso del prof. Eddo Rugini, che si è visto distruggere dallo stato i suoi alberi oggetto di studi genetici nei campi sperimentali dell’Università della Tuscia: l’atto che più da vicino ricorda i roghi dei libri organizzati dai nazisti. Quella legge reazionaria, che limita la libera impresa e la ricerca scientifica, è fortemente sostenuta dalla Coldiretti, che infatti ora chiama la carne sintetica “cibo di “Frankenstein” esattamente come faceva con gli Ogm.

 

Coldiretti aveva anche organizzato una “coalizione anti Ceta”, unendo contro l’accordo di libero scambio Europa-Canada Cgil e Verdi, Lega e M5s, Elly Schlein e Giorgia Meloni. Anche allora era a rischio il Made in Italy: ma in 5 anni di applicazione provvisoria del Ceta (non ancora ratificato dall’Italia) l’export italiano in Canada è aumentato del 36 per cento. Ora Coldiretti fa la stessa battaglia contro l’accordo Ue-Mercosur.

 

Quando in Puglia fu trovata la Xylella, ovvero la più grande catastrofe per l’olivicoltura italiana, Coldiretti diede credito alle peggiori teorie del complotto, fino a inserire in un suo comitato scientifico Cataldo Motta, il procuratore di Lecce che ha indagato i ricercatori del Cnr e bloccato il piano di contenimento dell’Ue sostenendo che gli ulivi sarebbero guariti con l’acqua. All’epoca per la Coldiretti il pericolo per gli olivicoltori non era Xylella, ma un’inesistente “invasione” di olio tunisino autorizzata dall’Europa. A distanza di pochi anni il batterio è avanzato di centinaia di chilometri, ha seccato decine di milioni di ulivi e prodotto miliardi di euro di danni.

 

L’agricoltura, la sostenibilità ambientale, la ricerca scientifica, l’innovazione industriale e il commercio internazionale sono aspetti fondamentali per il futuro del paese: troppo importanti per lasciarli al coldirettismo.

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali