la trattativa

Meloni è costretta a sperare in un asse di sinistra in Ue per il Patto di stabilità

Valerio Valentini

Il tedesco Linder, che per Giorgetti è "un grande amico", isolato nell'Ecofin dal gioco di sponda di Francia e Spagna. La socialista Calviño e il macroniano Le Maire, col sostegno del dem Gentiloni, sono convinti che Scholz, pure lui socialdemocratico, non asseconderà le richieste rigoriste del suo ministro delle Finanze. E così il governo di destra italiano dovrà tifare per i suoi rivali politici, per ottenere flessibilità da Bruxelles

Il siparietto rivelatore s’è consumato nella mattinata di sabato. E’ stato allora, mentre i vari ministri dell’Economia erano riuniti intorno al tavolo della colazione offerto dalla spagnola Nadia Calviño, che Bruno Le Maire, l’uomo dei conti di Macron, di fronte alle persistenti impuntature del collega tedesco ha chiesto se in quelle obiezioni così aspre alla ventilata riforma del Patto di stabilità andasse trovata la posizione ufficiale del governo tedesco. Di tutto il governo tedesco. E tanto è bastato perché la tetragona fermezza di Christian Lindner vacillasse un po’, e in quel suo accenno d’imbarazzo s’intravedesse, in controluce, l’esistenza di un asse antirigorista, tutto spostato sul fronte sinistro dell’Unione. Un asse che, con più o meno esplicito coordinamento, lavora in maniera coerente per assicurare una maggiore flessibilità ai vincoli fiscali europei. Ed è per bizzarra coincidenza che proprio in quell’improvvisata coalizione progressista deve sperare ora Giorgia Meloni per evitare quello che ha già definito “un ritorno dell’austerity”.

Perché l’estrema arma negoziale a cui Palazzo Chigi e il Mef intendevano ricorrere, ammesso che sia mai stata davvero realistica, lo stesso Giancarlo Giorgetti s’è convinto che non sia il caso di utilizzarla. Sabotare il negoziato puntando a un rinvio dell’entrata in vigore del nuovo Patto non si può. E se Giorgetti è tornato dall’Ecofin spagnolo dicendo che “un accordo entro la fine dell’anno andrà comunque trovato” è perché insistendo sulla via dell’ostruzionismo sarebbe finito col ritrovarsi in compagnia soltanto di Lindner. Che sarà pure “un caro amico”, come ripete il ministro leghista, ma per quel che riguarda il Patto di stabilità spinge in direzione esattamente opposta rispetto agli interessi italiani.

Perché è tedesco, certo. Ma pure perché quello del “falco” rigorista è il ruolo che, nella dialettica politica interna, è costretto a giocare. Col partito di cui è leader, quello dei Liberal-democratici, costretto in una coabitazione scomoda al governo coi Verdi e l’Spd, logorato a destra sia dalla Cdu sia dagli estremisti di AfD, per ritrovare slancio nei sondaggi che lo vedono in costante flessione Lindner deve recitare la parte dell’arcigno controllore dei conti. Solo che qui si arriva, appunto, all’insidia tesagli da Le Maire. La sua austera fermezza è davvero quella della cancelleria?

Olaf Scholz, finora, ha evitato di esporsi sul Patto di stabilità. Ha lasciato che a negoziare fosse il suo ministro delle Finanze, guardandosi bene dall’intromettersi. Per il rispetto delle prerogative che a Lindner precipuamente competono, certo; ma anche, è il giudizio condiviso a Bruxelles, per capire le evoluzioni del negoziato prima di sbilanciarsi. E non potrà permettersi, Scholz, di assecondare una posizione in cui la Germania, da sola, ponga un veto su un’intesa così decisiva. All’Eliseo, stando a quanto trapela da fonti diplomatiche, rievocano in questo senso il negoziato sul tetto al prezzo del gas. Anche lì, dopo molto tribolare, il cancelliere, nel vedersi isolato rispetto ai principali partner europei, trovò una dignitosa mediazione per assecondare un’intesa maturata sull’asse tra Roma e Parigi. E c’è chi si spinge perfino più indietro, nei ricordi, per confermare la tesi dell’Olaf mediatore: di quando, cioè, da vicecancelliere, curò il dossier che avrebbe portato poi Angela Merkel a benedire il Recovery plan, pure quello inizialmente osteggiato da Berlino.

La dinamica, ora, appare analoga. Ed è alimentata da una convergenza di vedute tra il francese Le Maire e la spagnola Calviño. La quale, forte del suo ruolo di presidente di turno dell’Ecofin nel semestre decisivo per la definizione dell’accordo, e sfruttando una sorta di paternità della proposta sulla riforma del Patto che è stata poi fatta propria, sia pur rielaborata, dalla Commissione, punta a definire un’intesa che respinga le richieste più assertive di Lindner (come quello di un obbligo di riduzione del deficit pari all’1 per cento all’anno per i paesi che accedono alla negoziazione con la Commissione per debito eccessivo). E’ stata sempre lei, peraltro, a offrire un compromesso che potesse accogliere, almeno in parte, le istanze di Giorgetti. L’idea dello scorporo strutturale degli investimenti per la transizione green e la difesa è stata accantonata dal governo italiano già da tempo. La richiesta, ora, è quella di espungere dal bilancio le spese contemplate nel Pnrr di qui al 2026. Richiesta assai più modesta, ma comunque irricevibile per i tedeschi. E Calviño ha dunque suggerito una mediazione: specificare meglio che dell’eventuale scorporo di alcuni investimenti strategici i singoli paesi possano trattare in via bilaterale direttamente con la Commissione nel definire i piani di riforme da 4 o 7 anni previsti dal nuovo Patto di stabilità. Idea, pare, di cui Calviño aveva già discusso con Paolo Gentiloni, che da commissario agli Affari economici è l’altro pilastro di questo asse tutto spostato a sinistra a cui, ed è paradossale, Meloni ora deve aggrapparsi nella speranza di ottenere un Patto di stabilità che sia il meno austero possibile.

Basetrà? Chissà. Di certo c’è che la moral suasion nei confronti della Germania appare incisiva davvero, quasi si percepisse che le ultime resistenze possono davvero crollare. Così si spiegherebbe, allora, anche l’esortazione che ieri, durante il bilaterale siciliano, Sergio Mattarella ha rivolto all’amico Frank Walter Steinmeier, il presidente della Repubblica tedesco in visita in Italia. “Sì a regole di bilancio rigorose, ma il rigore non sia ottuso e cieco, ma abbia come obiettivo la crescita”.
 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.