"Date qualcosa a Tajani". Il collasso di Forza Italia è il cruccio di Meloni

Valerio Valentini

Puntellare il vicepremier azzurro per scongiurare il rischio che il suo partito collassi, innescando una crisi di governo. Le mosse della premier e il gioco di sponda col ministro degli Esteri che irrita Salvini. Il nodo delle pensioni. Ma l'umiliazione sugli extraprofitti pesa ancora

Tutelarli per tutelarsi. Prevenire un rischio tutt’altro che impossibile – il collasso di Forza Italia – per scongiurare l’eventualità che di lì origini la frana che porti giù tutto, anche lei e il suo governo. E’ il cruccio di Giorgia Meloni, e non da oggi. Lo è almeno da quando il soffio vitale, per quanto flebile, del Cav., ha smesso di garantire la sopravvivenza del partito che fu. Solo che adesso l’assillo della premier s’è fatto ricorrente, e proprio adesso che le ristrettezze della legge di Bilancio da farsi rendono difficile assecondarlo. Per cui “qualche bandiera da sventolare, ad Antonio Tajani, andrà data”, ripetono i collaboratori di Palazzo Chigi. Ma quale? Le pensioni, certo. Per l’elettorato di FI restano un must.

Ma la richiesta di alzare le minime a mille euro, formalizzata pochi giorni fa da Tajani, è così insostenibile che perfino lui, il ministro degli Esteri, in privato ammette di averla detta grossa. Però sul punto proverà a tenere. E Meloni potrebbe assecondarne le volontà. Per questo al Mef, in queste ore, si vanno facendo simulazioni sull’impatto di un aumento delle minime: una cinquantina di euro in più rispetto ai 600 attuali. E potrebbe non essere troppo gravoso per le casse del Tesoro se davvero si operassero delle compensazioni sulla rivalutazione, come del resto s’è già fatto l’anno scorso: lasciando cioè che a soffrire dell’inflazione siano le pensioni più ricche, così da potere dare qualche beneficio agli assegni più modesti.

Basterà, questo, per agevolare la campagna per le europee di Tajani? Chissà. Di certo basta per indispettire Matteo Salvini, pure lui agguerrito sulle pensioni e pure lui, come il collega vicepremier, in ansia da prestazione in vista della scadenza elettorale di giugno. Una competizione, quella tra il leader della Lega e il segretario azzurro, che seppur residuale, o forse proprio in quanto tale, va maturando come una specie di marcatura a uomo, con Salvini che fiuta la preferenza di Meloni per Tajani e dunque rilancia costantemente. E così dopo i bisticci sulle alleanze europee, sulla privatizzazione dei porti s’è consumato il frontale tra i due.     Ché la ricerca di risultati da poter rivendicare, di per sé già tradizionalmente affannosa, è stavolta resa quasi logorante dalla mancanza di soldi: per cui sì, perfino di porti tocca discutere. E tocca a Meloni, poi, intervenire per sedare la zuffa, sentenziando però che non è certo un tema all’ordine del giorno.

E dunque dando un dispiacere a Tajani. Come già successo, e lì con più clamore, sugli extraprofitti, quando la premier liquidò le rimostranze azzurre dicendo che siccome la materia era delicata, aveva preferito non dire nulla a Tajani. Manco fosse un vicepremier per caso. Era parso un inciampo agostano. E invece due giorni fa Meloni ha ribadito il concetto, e con gli stessi toni. Il tutto, nelle stesse ore in cui a Paolo Barelli, capogruppo azzurro a Montecitorio, veniva comunicato dai colleghi di FdI che gli emendamenti presentati da FI per ridurre la portata della tassa alle banche sarebbero stati respinti, anche perché andrebbero altrimenti a ridurre il già risicato gettito che si spera di ottenere, e cioè poco meno di 2 miliardi. Ed è per questo che c’è chi, nel partito che fu di Berlusconi, teme che tutto sia un disegno finalizzato all’annichilimento, cosicché la premier possa  fagocitare quel che resta di FI e inaugurare il “partito unico dei conservatori”.

Chissà. Di certo c’è che a Palazzo Chigi non ci si pensa, al dopo, quando si parla delle europee. Li sì è più preoccupati, semmai, da quel che avverrà prima. Dal fare in modo, cioè, che FI superi non solo lo sbarramento del 4 per cento, ma anche la soglia psicologica del 5.  Per evitare che il rodeo che seguirebbe alla disfatta inneschi il big bang. Di Forza Italia, e non solo.
 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.