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L'intervista

Perego (Forza Italia): “Lo scettro dell'euroatlantismo è nostro, non lo cederemo a FdI”

Valerio Valentini

“La titolarità del rapporto col Ppe è stabilmente nelle nostre mani. Siamo noi i garanti del governo: terremo la barra dritta. Tajani è il miglior traghettatore, a tempo debito emergerà la leadership migliore”, ci dice il sottosegretario azzurro alla Difesa

Matteo Perego lo dice convinto: “Lo scettro dell’atlantismo è stabilmente nelle mani di Forza Italia. Così come la titolarità del rapporto col Ppe”. Le tensioni internazionali che si riflettono su quelle interne. O forse no? “Non è certo una competizione tra alleati, figuriamoci. L’importante è che sia il governo, nel suo insieme, a tenere fede ai valori euroatlantici”, dice il sottosegretario azzurro alla Difesa. E lo dice anche a dispetto di chi, in FdI, rivendica di essere l’interlocutore privilegiato dell’intelligence americana. “Berlusconi ci lascia in eredità delle relazioni solidissime con Washington. Ricordo il suo discorso al Congresso: 25 minuti e 18 standing ovation. E non ricordo di premier recenti o leader politici che possano vantare un privilegio analogo”. Non c’è, però, alcuna voglia di alimentare polemiche. “Di difendere una tradizione, semmai, quello sì”. Insomma Perego non ci sta a dover sostenere le critiche di chi dice che Berlusconi, con la sua improvvida amicizia con Putin, abbia compromesso la bontà delle relazioni euroatlantiche di FI. “I valori di riferimento della cultura politica di FI sono scolpiti nella pietra. Sono i valori garantisti, europeisti, atlantisti, cattolici e liberali sui quali il presidente Berlusconi ha edificato non un partito ma una comunità politica riconoscibile e inimitabile. È FI a essere membro centrale e determinante del Ppe ed è FI ad avere una storia europeista di spessore grazie anche all’esperienza del ministro Antonio Tajani. Lo scettro dell’atlantismo e dell’europeismo non lo lasceremo ad altri. E credo che questo valga come garanzia per l’agenda di governo: il centrodestra terrà la barra dritta”.

 

Eppure c’è chi, come Matteo Renzi, fa notare la mancata telefonata a Giorgia Meloni da parte di Joe Biden, dopo l’insubordinazione della Wagner. “Speculazioni inutili. Vengo da un evento all’American Chamber di Milano, dov’era presente Mike Pompeo. Il ministro Crosetto è appena tornato da una importante missione a Washington, dov’è stato ricevuto con tutti gli onori dal segretario alla Difesa, Lloyd  Austin. Tajani ha un rapporto costante con Antony Blinken. Il legame tra Italia e Usa va ben oltre una telefonata”. Neppure l’approssimarsi delle elezioni europee, quindi, spaventa? La tentazione che qualcuno, a destra o a sinistra, scommetta sulla stanchezza degli italiani per la guerra in Ucraina? “La stragrande maggioranza della popolazione italiana ed europea comprende la gravità delle atrocità commesse dei russi”. Eppure la Lega, specie al Senato, continua a dire che con l’invio di armi a Zelensky non si ferma la guerra. “A chi, anche tra i nostri alleati, predica di insistere sulla via diplomatica, dico che sono d’accordo. Ma per dare una prospettiva concreta alle nostre aspirazioni di pace, deve esserci prima un segnale concreto, anzitutto miliare, concreto da parte di Putin. E finora non c’è. Come si fa a credere alle volontà di pace di uno che bombarda Kyiv ogni giorno?”.

 

La mezza ribellione della Wagner può essere l’occasione giusta per indurre il Cremlino a trattare? “Parafrasando Churchill, direi che non siamo alla fine, e neppure all’inizio della fine. Ma forse è la fine dell’inizio, nel senso che con la rivolta di Prigozhin viene compromessa la narrativa di Mosca,  secondo cui l’esercito russo è solido e compatto e la leadership di Putin fulgida e incontrastabile. Dopodiché, avventurarsi in valutazioni più approfondite mi pare azzardato, per ora”. Inutile, insomma, sperare in una soluzione imminente. “Non faccio previsioni. Dico però che l’occidente può trovare un conforto, in quel che è successo. Come per le democrazie, che soffrono la concorrenza delle autocrazie nell’immediato ma si dimostrano più solide nel lungo periodo, un discorso analogo vale per le forze armate. Gli eserciti occidentali rendicontano spese, non ammettono opacità e corruzioni; progrediscono nella ricerca, nella condivisione di informazioni tra alleati, nell’aggiornamento costante di dottrine di impiego e mezzi. Il ruolo della Nato in questo senso è fondamentale. I fan della Russia elogiavano il ricorso alla Wagner come una scorciatoia invidiabile: mi pare che questa illusione sia venuta meno”.

 

A proposito di gerarchie ufficiali. In FI, la leadership di Tajani è dunque sancita? “Antonio è il miglior traghettatore che abbiamo”. Traghettatore, dunque? “Per il ruolo che riveste, per il suo prestigio internazionale, nessuno meglio di lui può accompagnare FI in un percorso finalizzato a strutturarci come partito tradizionale moderno. Poi gli organismi elettivi, a tempo debito, faranno emergere la leadership migliore per il partito”. Le volontà degli iscritti peseranno più di quelle della famiglia? “L’eredità di Berlusconi resterà come riferimento imprescindibile per il futuro di questo partito, che è legato in maniera indissolubile a quel cognome”.

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.