Nemici orfani?

Che cosa lascia B. a chi lo ha combattuto? Parlano Paolo Flores d'Arcais, Antonio Padellaro, Pancho Pardi

Marianna Rizzini

Per vent’anni hanno parlato di lui, lo hanno studiato, lo hanno invitato, hanno scritto libri e ne hanno fatto un personaggio mediatico anche oltre la mediaticità del suo stesso impero. Adesso Berlusconi è morto ma i suoi “nemici” restano. Sentiranno un vuoto?

Sono e restano “nemici” di Silvio Berlusconi: per vent’anni hanno parlato di lui, lo hanno studiato, lo hanno invitato, hanno scritto libri e ne hanno fatto un personaggio mediatico anche oltre la mediaticità del suo stesso impero, riconoscendogli implicitamente la palma dell’innovatore di un’Italia che, da quel 1994 della “discesa in campo”, è cambiata in modo irreversibile (nel bene e nel male, a seconda dei punti di vista). E, di fronte alla morte di B., il padre fondatore ed ex direttore del Fatto quotidiano e dell’Unità Antonio Padellaro riflette sul paradosso: “Ricordo che una sera, quando mi sono trovato con Berlusconi alla stessa cena, gli ho detto: ‘Devo riconoscere che lei ha fatto la fortuna dei suoi amici ma anche dei suoi nemici’”. Per Padellaro, con Berlusconi “è nato una sorta di bipolarismo personalistico: il berlusconismo e l’antiberlusconismo. Simul stabunt, simul cadent: gli antagonisti mediatici di Berlusconi, compreso il Fatto, hanno risentito della sua caduta politica”.

  

Il professor Francesco “Pancho” Pardi, co-inventore dei girotondi, riconosce la cifra innovativa di Berlusconi: “Ma dico che”, sottolinea Pardi, “della sua innovazione sarebbe stato meglio fare a meno. Se si entra in politica ci si deve spogliare di tutto. Berlusconi aveva le tv private ed è diventato presidente del Consiglio, e da lì ha influenzato anche la tv pubblica. Poi ha avuto le sue sconfitte politiche. Ma di questa stagione, ora, è il vincitore politico: ha sempre mantenuto buoni rapporti con i post-fascisti, nonostante ne avesse fatto fuori il leader. Senza Berlusconi, Giorgia Meloni non sarebbe arrivata dov’è arrivata, anche se poi le cose hanno seguito il loro percorso autonomo”.

 

Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega, sulla morte di B. riflette senza buonismi: “La buona educazione prescrive ‘parce sepulto’”, dice Flores, “e la buona educazione è importantissima. Ma la verità ha meno diritti della buona educazione? La verità senza maiuscole perché senza retorica, la verità nel senso delle modeste verità di fatto. Per qualsiasi cittadino che prenda sul serio la Costituzione riconoscere le verità di fatto è un dovere imperativo. La prima modesta verità di fatto è che Silvio Berlusconi, senza il potere politico che gli ha permesso di modificare e stravolgere leggi del codice penale e procedurale, non sarebbe morto al San Raffaele ma nell’infermeria di un qualche San Vittore, dove avrebbe trascorso almeno una ventina di anni. Basta fare il calcolo di tutte le non-condanne per sopravvenuta prescrizione, sommate a quelle dovute alla depenalizzazione – via leggi ad personam – di comportamenti che erano reati quando furono compiuti”.

 

E la pur presente inventiva imprenditoriale non è da rimpiangere, per Flores: “Sul ‘geniale’ imprenditore pesano le due modeste verità di fatto del finanziamento iniziale di Milano 2 (almeno uno scaffale di volumi indica in modo convincente la presenza di capitali mafiosi), e della legge Mammì, voluta da Craxi, con cui un network di televisioni locali fuorilegge poté diventare l’impero monopolistico Mediaset”.

 

Indubbio è stato di Berlusconi il successo politico immediato. Ma “il successo del politico”, per Flores, “è stato largamente propiziato dalla pochezza dei suoi avversari, a partire dalla ridicola ‘gioiosa macchina da guerra’ di Achille Occhetto (avessero candidato uno Stefano Rodotà, non accusabile di comunismo, le elezioni Berlusconi non le avrebbe mai vinte), per continuare con la stupidità permanente di Massimo D’Alema e l’inciucio della sua sciagurata ‘bicamerale’, che risollevò un Cavaliere moribondo politicamente, finanziariamente e giuridicamente (si vada a rileggere il Corriere di quei giorni: c’era il totonomine sul successore), riportandolo sugli allori dei prestiti bancari e sugli altari dell’impunità”. Oltre B. i “nemici” restano. Sentiranno un vuoto?

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.