Meloni e tabacchi

Le nomine di Meloni come un "gratta e vinci". Il test partecipate interroga i mercati internazionali

Carmelo Caruso

Assenza di un metodo e la fame di FdI che vuole gratificare i tesserati romani. Il dossier delle società partecipate è già una sfida tra Lega e Forza Italia contro Meloni ma anche tra Milano e Roma

A furia di avere paura, iniziano a fare paura. Il vero nemico del governo Meloni non è la stampa che “inventa le notizie”, ma sono i suoi ministri e le loro dichiarazioni disgraziate. Si può minacciare querela ai giornali, ma non si possono querelare le borse. Banche, fondi d’investimento si stanno oggi chiedendo quale metodo verrà utilizzato dalla premier per sostituire i vertici delle società partecipate. Sarà il metodo delle nazioni moderne (un’analisi meticolosa dei profili, dei bilanci) o si preferirà piuttosto la telefonata al vecchio amico, al fedele di FdI? In queste ore commercialisti e avvocati romani vengono contattati da mezzadri di destra. La Lega e FI stanno per confliggere con Meloni e due città, Milano e Roma, per misurarsi. Sono le nomine “gratta e vinci”.


E’ lunedì 6 febbraio. Sulle colonne del Financial Times appare un’intervista forte. A parlare è Francesco Starace, l’ad di Enel. C’è dell’abilità. Starace sceglie il giornale inglese per  lanciare un messaggio all’estero. Dichiara ovviamente che è facoltà del governo cambiare, ma rivendica giustamente i risultati raggiunti. La domanda torna e prepotentemente: Meloni come sceglierà i manager delle partecipate? Vuole davvero cambiare alcuni di quelli attuali? Quale politica industriale intende perseguire? Sono temi  dirimenti. Le grandi società partecipate, quotate in Borsa, non sono la Rai. Nelle società complesse si cambia un manager quando non ha raggiunto i risultati o nel momento in cui la proprietà ha un progetto di sviluppo che non si sposa con la figura del ceo, dell’ad. Bisogna anche stabilire cosa si intende per debito di una società. C’è  debito per investimenti che, ad esempio, si può rivelare un futuro profitto.  Per giustificare un cambio non basta dire al mercato: “Ci devo mettere i miei. Lo hanno fatto tutti”.

 

E infatti “è vero che lo hanno fatto molti governi” dice al Foglio, Vito Gamberale, amministratore delegato di Sip, Telecom, Autostrade, ma “non c’è dubbio che prima di procedere alle nomine serva un’analisi dei bilanci, delle personalità che hanno lavorato, delle riserve interne che possono sostituirle. Sarà chiamato a occuparsene il ministro dell’Economia e sono certo che lo farà bene. Dopo una selezione dei profili servirà fare quella che io chiamo la divisione perfetta. La sintesi tra il valore e la fiducia”.

 

Il dossier delle nomine è gestito dal Mef e da Palazzo Chigi. L’uomo che per Meloni ha il compito di ricevere i manager  è il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, il cuore del governo. La Lega ha come ministro Giancarlo Giorgetti, ex presidente della commissione di Bilancio per dieci anni, e ha avuto modo di amministrare regioni, città, dove operano società partecipate di dimensioni importanti. Stessa cosa per Forza Italia.

 

Il bacino di FdI si limita al Lazio. E’ la ragione per cui si parla di uno scontro che è anche tra due culture di management, Milano contro Roma. Da una parte c’è l’intenzione di Lega e FI di avvalersi delle competenze settentrionali, dall’altra c’è FdI che vuole “gratificare” i tesserati romani per lo più avvocati, revisori dei conti. La selezione dei membri del cda è normata per legge. La discrezione è successiva. In una prima fase il ministero incarica le società di cacciatori di teste di scremare i profili. Pochi giorni fa il Mef ha diramato la lettera d’invito. Non sono ancora pervenute offerte. Si possono solo elencare alcune di queste grandi società: Spencer Stuart, Egon Zehnder, Eric Salmon, Key2People, Michael Page. Chi ottiene l’incarico effettua una prima selezione di profili. I cv raccolti vengono poi sottoposti al Tesoro. Giorgetti ha introdotto una novità. E’ contenuta nella direttiva che riguarda le “procedure di individuazione dei componenti degli organi sociali delle società partecipate del ministero”. In passato era il dipartimento del Tesoro, ricevuti i profili dai cacciatori di teste, a valutarli e sottoporli al gabinetto del ministro.

 

Con la direttiva questo passaggio viene ora svolto, nello stesso momento, dal dipartimento del Tesoro in sinergia con il gabinetto del ministro. E’ certamente un modo che il Mef si riserva per gestire  le candidature ma è anche un “contropotere” chiesto da  Salvini e  Berlusconi. I due alleati di Meloni non accettno di subire “imposizioni della premier”. Sono entrambi preoccupati per l’assenza di una cabina di regia sulle nomine e temono che, dopo mesi di aggressività, il mercato possa rivoltarsi contro. Ci sono modi e modi per cacciare. Se non lo si vuole fare in maniera grossolana si cerca di “spiegarlo” ai mercati. Un modo, il più antico, è quello della due diligence. Il governo chiede i bilanci, li studia, fa una sorta di esame all’operato dei manager. Non vale neppure dire, come ha intenzione di dire il governo, “li cambiamo perché hanno superato i  tre mandati”. I mercati si chiederebbero allora: “Con questo principio anche uno come Descalzi, ad di Eni, andrebbe rimosso”. Il governo si sta avvicinando alla complessità delle nomine con lo stesso sentimento dell’italiano che tenta la fortuna. E’ Il “superpartecipata”, il nuovo gioco a premi dei monopoli Meloni.

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio