Alessio D'Amato (Ansa)

l'editoriale

Nel Lazio solo gli stravaganti non votano D'Amato

Giuliano Ferrara

La campagna vaccinale dell'assessore alla Salute è stata pressoché perfetta e non si vede quale altro parametro, dopo tre anni di pandemia, dovrebbe far scattare l'approvazione per un candidato. Intanto facendo una ricognizione al Testaccio si ha la sorpresa di una Roma pulita 

Non votare per D’Amato presidente a Roma mi pare una stranezza, una bizzarria, un azzardo. Non vado appresso alle leggende nere riperticate qua e là, dunque poco m’importa delle storie di tono losco del candidato del centrodestra, il Rocca, e nulla di personale contro di lui. Ma nella gara l’assessore alla Salute del Lazio porta, tra l’altro, una campagna di vaccinazione pressoché perfetta; e non si vede quale altro parametro, dopo tre anni di ansie e strilli pandemici, a parte il famoso silenzio “sospeso”, dovrebbe far scattare una ovvia approvazione e anche ammirazione per la capacità amministrativa di un candidato.

Il sistema sanitario è stato messo a una prova drammatica, veramente spettacolare, e c’era da attendersi un risultato mediocre e men che mediocre in una regione e in una città in cui si rincorrono il gigantismo dei problemi e punti critici, il ritardo storico di modernizzazione del sistema ospedaliero, una presunta o effettuale e cronica incapacità di darsi un ordine che sappia di rigore e di efficienza. Uno decide per antipatia verso il Pd, per snobismo, per idiosincrasia, per sfiducia, di non votare per chi sovrintendeva ai successi sanitari nel caos? Faccia pure, peggio per lui.

C’è poi un altro aspetto della questione. Noi romani siamo agenti sporcificanti naturali, padroncini inabili a tenerci in appositi contenitori la fatta degli animali (solo le amate botticelle sono campioni di pulizia delle horse candies), siamo renitenti al cestino dei rifiuti, proni allo svolazzo della plastica sul tappeto erboso, della carta oleosa tra i magistrali e classici pini, ci piace il monumento in bella vista fatto del bicchiere di carta e degli imballaggi delle pizze o focacce che si mangiano con voluttà per disfarsi al più presto, livello strada, angolo di strada, dell’involucro, e quindi non possiamo dare lezioni ai ginevrini, ai salisburghesi e nemmeno ai cari amici di Milano e Bollate, luoghi dove spesso i cassonetti non si vedono, o se si vedano appaiono chiusi, non debordano la merdosa sostanza di una città dell’incuria e del disdoro.

Però una ricognizione dalle parti del Testaccio e del centro storico, con incursioni verso il Trionfale, mi dice una mia personalissima verità che molti si metteranno subito a deridere e irridere pensando all’indifferenziato ammasso di schifezze che ancora alligna da tante parti e alla caccia al cinghiale. Sull’asfalto e gli acciottolati del Corso e del Tritone, con qualche attenzione e riserva, si può fare un bel picnic assolato della Merla. Con tutto lo sporco naturale del turismo di massa, dei negozi abbrutenti di chincaglieria, del rosticcianesimo andante, bè, le strade sono piuttosto pulite o almeno non luride. Il Parco della Resistenza che si appoggia al magnifico ufficio postale di Libera è –  diciamo – rinato, ha ancora in certe parti un pelo raro e strascinato, ma è diverso, molto diverso, dalla discarica immonda dell’epoca Raggi, sa di parco, piccolo parco, e non di resti sanguinolenti di cibo e atri déchargement.

Stesso discorso per l’area cani, rimessa a nuovo e ben attrezzata, con l’avvertenza così romana di non metterci più i cestini, perché i cestini servono solo al loro riempimento e si fanno centro di smistamento dello schifo dei rifiuti. Paradosso molto romano: i cestini che mancano contribuiscono per adesso a un di più di ordine e levigatezza, sarà curioso e ambiguo, ma è così.

Anche il sindaco manca, manca alla vista e all’esibizione, pecca di scarso narcisismo, si segnala per l’invisibilità. Lo si critica per questo esattamente come lo si criticherebbe per l’opposto. Invece dopo la scomparsa delle lucciole, che era immagine poetica non riscontrabile, è venuta la scomparsa del sindaco e quella dei cestini portarifiuti, con risultati non si dica spettacolari ma sensibili. D’Amato è invece lì col suo faccione sul culo dei bus. Il suo slogan andrebbe bene per lo scudetto del Napoli, “La forza dei risultati”, e chissà se convincerà una maggioranza a votarlo, lui che non sarà Maradona o Osimhen o Simeone ma è stato, come pare capiti anche a Gualtieri, un buon amministratore. Il che, se non si sia stravaganti, dovrebbe senz’altro bastare e avanzare, trattandosi di Roma e del Lazio.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.