Giorgia Meloni (LaPresse)

In Senato

Meloni contro il melonismo. Gli schiaffi della premier contro il populismo della sua destra  

Claudio Cerasa

L’anti europeismo come minaccia per l’Italia. Il nazionalismo come pericolo per i popoli. Il protezionismo come danno all’economia. A Palazzo Madama la presidente del Consiglio fa a pezzi i capisaldi del sovranismo e del suo passato, arrivando a spiazzare in diversi passaggi i sempre più disorientati esponenti dell’opposizione

E’ uno straordinario manifesto dell’antimelonismo quello messo in campo ieri mattina al Senato da Giorgia Meloni, al termine delle repliche successive alle comunicazioni della stessa premier in vista del Consiglio europeo che inizierà oggi a Bruxelles. Meloni, nello spazio di mezza giornata, di fronte ai senatori ha preso di petto alcuni capisaldi del populismo nazionalista, un po’ di melonismo e un po’ di salvinismo, e li ha fatti letteralmente a pezzi, arrivando a spiazzare in diversi passaggi i sempre più disorientati esponenti dell’opposizione, costretti, con toni e stili diversi, a dare atto alla presidente del Consiglio del suo approccio sorprendente, anche se splendidamente contraddittorio e magnificamente trasformista, sui temi europei, e non solo su quelli.

 

Meloni, schiaffeggiando il melonismo, ha detto che un paese come l’Italia, fondatore dell’Unione europea e dell’Alleanza atlantica, deve fare di tutto per non essere isolato in Europa e per non essere isolato in Europa, ha aggiunto Meloni con un giro di parole, non è sufficiente costruire ponti con i governi gemelli, sovranisti, ma è necessario costruire un rapporto maturo con i paesi storicamente considerati ostili, avversi e pericolosi dagli stessi nazionalisti: Francia e Germania, of course. Meloni, schiaffeggiando il proprio passato anti europeista, ha poi affermato che i grandi problemi che esistono in Europa vanno affrontati non ricorrendo a soluzioni nazionalistiche ma allargando per quanto possibile il perimetro della stessa Europa e in questo senso, secondo Meloni, che in passato ha mostrato vivace contrarietà all’allargamento dell’Unione europea, è necessario più che mai allargare oggi il perimetro dell’Unione europea, favorendo l’adesione delle nazioni dei Balcani all’Ue e affermando che “l’arma di una concreta possibilità di adesione sia lo strumento più forte che noi abbiamo per tenere queste nazioni ancorate ai nostri valori”.

 

La stessa Meloni, dopo aver schiaffeggiato esplicitamente il M5s e implicitamente la Lega sul tema del sostegno all’Ucraina mettendo in campo forse il meglio del suo arsenale retorico, “se noi avessimo fatto come alcuni dicevano all’inizio, cioè non sostenere l’Ucraina, perché era troppo debole, signori, non avremmo una pace, ma avremmo avuto un’annessione e avremmo avuto un’invasione”, ha poi dedicato un passaggio ulteriore della sua replica a una seria e tosta denuncia dei danni prodotti dal protezionismo. E lo ha fatto, Meloni, condannando, con giuste argomentazioni, l’Inflation reduction act messo in campo dagli Stati Uniti con un investimento di 369 miliardi di dollari sul tema dell’energia e denunciando quanto sia pericoloso “produrre una discriminazione nel rapporto con le aziende europee e con la nostra economia” e quanto sia importante per l’Unione europea tenere “una posizione comune, perché se, di fronte al conflitto ucraino, ci mettiamo anche a farci concorrenza l’uno con l’altro, in una situazione così difficile, non so quanto possa essere intelligente”.

 

Il protezionismo, secondo la Meloni di governo, è un male da combattere con tutta l’energia a disposizione, così come è un dovere dell’Europa  non lasciare ai singoli paesi la gestione dell’immigrazione, come chiedono da tempo in Europa gli amici di Meloni e Salvini, ma far diventare il tema del governo dell’immigrazione una priorità della stessa Europa, e la critica che facciamo oggi all’Europa è “non tenere in considerazione grandi materie come la politica estera e di difesa, il governo dei flussi migratori e tutto il tema delle catene di approvvigionamento”, e dunque oggi, dice Meloni schiaffeggiando il vecchio melonismo e il non troppo antico salvinismo, per risolvere i grandi problemi dell’Italia occorre non meno Europa ma più Europa. “Ho sempre di più l’impressione che in questa Nazione il problema siamo noi”, ha detto a un certo punto delle sue repliche Meloni.


Il “noi” in questione, evocato da Meloni, era legato a quelli che “non hanno consapevolezza di quanto l’Italia sia considerata nel resto del mondo siamo noi”, ma implicitamente forse, per un attimo, Meloni deve aver pensato, prima del Consiglio europeo di oggi, che l’Italia da lei guidata si trova ad affrontare un paradosso mica male: più Meloni sarà discontinua con il suo passato – l’Italia per essere protagonista in Europa deve ricordarsi che il singolo interesse nazionale non può essere l’unica stella polare di un’azione di governo – e più l’Italia guidata da Meloni potrà coltivare la speranza di non essere percepita come un pericolo per l’Europa e per l’Italia. Per le stesse ragioni, in fondo, Meloni ha potuto esultare per la sostanziale promozione arrivata da Bruxelles, dalla Commissione europea, sulla prima manovra del governo di centrodestra. La Commissione, pur rilevando delle  criticità sulle misure per così dire segnaletiche, dalla spesa eccessiva sulle pensioni a un allentamento possibile nella lotta contro l’evasione fiscale, ha ammesso che “il documento programmatico di bilancio aggiornato dell’Italia è in linea con le raccomandazioni del Consiglio del luglio 2022”. E le ragioni per cui la Commissione è arrivata a queste conclusioni sono coerenti con l’impianto programmatico sorprendente messo in campo ieri da Meloni al Senato.

Laddove la destra è coerente con se stessa, i pericoli per l’Italia aumentano. Laddove la destra non è coerente con se stessa, e la destra prudente sul debito, sul deficit, sui conti, è una destra incoerente con la sua storia recente, i pericoli per l’Italia diminuiscono. Il punto è questo, si è chiesta ieri Meloni: “Oggi noi vogliamo difendere il diritto internazionale, i nostri valori, il ruolo dell’Europa e dell’occidente oppure no?”. La domanda è legittima. Ma più che alla classe dirigente italiana andrebbe girata alla classe dirigente che Meloni, oggi, si trova attorno lì, di fronte a sé, ai tavoli di governo. Viva Meloni contro il melonismo.
 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.