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i demoni del populismo

L'incoerenza salverà Meloni

Claudio Cerasa

Europa, immigrazione, bilancio, Mef. E poi le armi. Le cinque prove cruciali su cui la premier in pectore può dimostrare che il sovranismo è pronto a combattere tutto ciò che ha alimentato 

Ieri mattina, il Financial Times ha dedicato un titolo particolarmente azzeccato a Giorgia Meloni e ha notato che nell’ascesa verso il potere della leader del centrodestra vi è una particolare attitudine che va riconosciuta alla leader di Fratelli d’Italia che coincide con la parola “ambiguità”.

 

 Meloni, scrive il Financial Times, ha un innato “talento per l’ambiguità” ed è proprio la sua ambiguità, più che la sua coerenza, ad aver contribuito a rendere l’immagine di Meloni diversa rispetto a quella del passato. Meloni, durante la campagna elettorale, è riuscita nel miracolo di definirsi pienamente europeista negli stessi istanti in cui rinnovava il suo impegno a lavorare insieme con gli amici polacchi e ungheresi a un’Europa  meno integrata. E’ riuscita ad apparire come una leader non estremista negli stessi istanti in cui tutti i partiti estremisti d’Europa la incoraggiavano a portare avanti i suoi programmi politici. E’ riuscita ad apparire come una leader non desiderosa di attingere a piene mani dal debito pubblico negli stessi istanti in cui offriva agli elettori promesse elettorali difficilmente realizzabili senza attingere a piene mani al debito pubblico. Ed è riuscita nel miracolo di apparire come la meno distante dall’agenda Draghi pur avendo passato gli ultimi due anni a considerare degli inetti tutti i componenti della maggioranza che ha sostenuto il governo Draghi.

 

Ma il talento per l’ambiguità di Meloni, il suo dire e non dire, il suo lasciarsi in definitiva aperte le porte per fare tutto e il contrario di tutto, il suo dare la possibilità di vedere in lei tutto ciò che ciascuno vuole vedere, con i populisti che vedono in lei la legittimazione del populismo, con i sovranisti che vedono in lei lo sdoganamento del sovranismo, con i moderati che vedono in lei la riaffermazione del conservatorismo, con i nostalgici del Palasharp che vedono in lei la reincarnazione di Berlusconi, tutto questo ha creato una comprensibile curiosità attorno a un tema: ma su cosa, Meloni, nel breve termine, sarà chiamata a mettere in campo un po’ di sana incoerenza rispetto alle sue idee del passato? Il primo test si manifesterà già nei prossimi giorni, quando il Copasir riceverà il quinto decreto relativo all’invio delle armi all’Ucraina (Meloni riuscirà a tenere chiusa la bocca di Salvini? Chissà).

 

Il secondo test si manifesterà quando Meloni proporrà al capo dello stato, così sembra di voler fare, un ministro dell’Economia tecnico, e sarà interessante vedere la reazione dei sovranisti quando si capirà che il profilo studiato dalla leader di FdI avrà la curiosa caratteristica di voler rassicurare sul fatto che la coalizione sovranista non vuole un sovranista a guidare l’economia italiana. Il terzo test si manifesterà già nei prossimi mesi a cavallo con la legge di Bilancio (e anche qui sarà interessante capire in che modo Meloni riuscirà a fare a livello nazionale quello che secondo lei il governo precedente non è riuscito a fare fino in fondo, ovvero intervenire per calmierare il costo delle bollette) e il test in questione coinciderà con la capacità di Meloni di fare sull’immigrazione  una grande inversione a U.

 

Questione numero uno: può un partito votato al 30 per cento nel nord est, dove gli imprenditori chiedono a gran voce maggiore manodopera, permettersi di non allargare i canali dell’immigrazione legale per aiutare le imprese in difficoltà? Questione numero due: può una leader che si candida a essere oltre che postfascista anche post antieuropeista non riconoscere che le uniche soluzioni utili a governare l’immigrazione sono quelle europee, accordi di collaborazione e di solidarietà con i grandi paesi, e non quelle nazionali, come le chiusure dei porti e i blocchi navali? Dal gas all’immigrazione passando per la difesa dell’Ucraina. Il filo conduttore, in fondo, è sempre lo stesso: essere incoerenti con il proprio passato per provare ad allontanare i dèmoni del populismo ricordando ogni giorno che i grandi problemi di un paese come l’Italia si possono risolvere facendo l’opposto di quanto suggerito negli anni dai sovranisti: meno muri, più Europa. In bocca al lupo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.