Meloni dice di ispirarsi più a Thatcher che a Le Pen. Ma il programma dice il contrario

Luciano Capone

No alla vendita di Ita, nazionalizzazione di Tim e difesa dei taxi. La leader di FdI si professa Tory, ma il suo programma tutto nazionalizzazioni e protezionismo è più simile all'interventismo del Front National che alle liberalizzazioni e privatizzazioni della Lady di Ferro

Giorgia Meloni, ormai quasi sicura di avere in Italia i consensi per arrivare a Palazzo Chigi, da qualche tempo è impegnata in una serie di interventi e interviste per accreditarsi a livello internazionale come leader di governo responsabile, europeista, atlantista e non ostile al mercato. In una recente intervista allo Spectator, tesa a sfatare alcuni presunti miti sulla sua figura, Meloni ha detto di non essere d’accordo con le politiche di Marine Le Pen di massiccio intervento statale nell’economia francese e di sentirsi più vicina alla tradizione liberal-conservatrice anglosassone: “Probabilmente sarei una Tory se fossi britannica. Ma sono italiana”, ha detto al settimanale conservatore inglese. Più Margaret Thatcher che Marine Le Pen, insomma. Ma a dispetto dell’immagine che Meloni tenta di proiettare all’estero, la realtà è che il suo programma ha un’impronta fortemente protezionista, statalista e ostile al mercato. Molto più lepeniano che thatcheriano.

 

Partiamo dall’ex Alitalia. Meloni vuole bloccare la privatizzazione di Ita Airways, una compagnia aerea in perdita strutturale e incapace di stare in piedi senza trasfusioni continue di denaro pubblico: “Bisogna tenere lo stato dentro la compagnia in quota maggioritaria”, ha detto a Milano Finanza Fabio Rampelli, l’importante colonnello di FdI che vuole far saltare “l’accordo inconfessabile per consegnare il business del trasporto aereo italiano ai tedeschi”. L’impostazione dei Tory è opposta: privatizzarono British Airways nel 1987.  Nel “Conservative Manifesto” del 1983, con cui la Thatcher venne confermata premier stracciando il socialista Michael Foot, veniva annunciato un grandissimo piano di privatizzazione dell’industria statale britannica.

 

La vendita più importante, con un processo iniziato nel 1981 e durato oltre dieci anni, fu quella di British Telecom. E anche su questo tema Meloni ha una linea opposta: FdI, infatti, vuole stoppare il progetto di rete unica avviato dal governo Draghi e dal ministro Vittorio Colao per nazionalizzare Tim attraverso la Cassa depositi e prestiti. “Serve un nuovo piano completamente diverso che tuteli i lavoratori di Tim e mantenga l’integrità della rete, con Cdp in maggioranza di controllo e con in mano la gestione italiana della rete”, ha scritto al Foglio il responsabile Tlc di FdI Alessio Butti. Quindi, dentro lo stato (“Cdp in maggioranza di controllo”) e fuori gli investitori stranieri (“con in mano la gestione italiana della rete”), cacciati oltre i confini patrii a suon di miliardi, si presume.

 

Il principio guida dei Tory da Thatcher in poi nei rapporti tra stato e mercato, anche a differenza di quanto è accaduto in Italia, è quello sì di privatizzare, ma solo dopo aver liberalizzato, perché è la concorrenza che favorisce la crescita e tutela i consumatori. Anche su questo punto, vista la posizione di Giorgia Meloni di totale opposizione al ddl “Concorrenza”, e quindi di difesa delle varie corporazioni, dai tassisti ai balneari, è in netto contrasto con l’approccio liberista thatcheriano e più affine al protezionismo corporativo di madame Le Pen.

 

Un’altra proposta mostra l’ostilità della Meloni alla competizione e agli investimenti esteri: “Chi vuole lavorare da noi è il benvenuto – ha detto – ma chi arriva da fuori dell’Unione europea, prima di aprire la serranda, dovrà presentare una fideiussione a garanzia del pagamento delle tasse”. Ma su questo punto ha indirettamente risposto ieri Mario Draghi. “Migliaia di aziende straniere si riforniscono dalle nostre imprese, fanno ordini o impiegano i capitali in Italia, contribuiscono alla crescita e all’occupazione – ha detto il premier al Meeting di Rimini –. È per questi motivi che protezionismo e isolazionismo non coincidono col nostro interesse nazionale”.

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali