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Nasce un Draghi ultrapolitico

Claudio Cerasa

Da premier della necessità ad argine contro il populismo. La guerra ha cambiato il profilo del capo del governo. Storia della vera intromissione nei partiti, spiegata con una frase di Draghi 

Giuseppe Conte, ieri, dicendosi “sconcertato” per le parole di disistima che Mario Draghi avrebbe riferito a Beppe Grillo sulla sua persona, ha rimproverato il presidente del Consiglio ricordandogli che, a suo modo di vedere, “è molto grave che un premier tecnico si intrometta all’interno della vita di un partito”. Non sappiamo se corrisponda al vero che Draghi abbia chiesto a Grillo la testa di Conte (da giorni è alla ricerca di un qualsiasi pretesto per sganciarsi dal governo: che fai, mi cacci?) o se Draghi si sia magari semplicemente limitato a citare ciò che un anno fa l’Elevato sosteneva in chiaro dello stesso Conte (“Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione, non può risolvere i problemi del Movimento, non ha la visione politica: spero possiate capirlo anche voi”). Sappiamo però che nelle parole dell’ex presidente del Consiglio si nasconde un tema interessante da analizzare che coincide con una trasformazione oggettiva che riguarda il profilo della leadership di Mario Draghi: la sua progressiva e oggettiva politicizzazione.

  

Nella stagione pandemica, e durante i mesi di preparazione del Pnrr, Draghi ha costruito con i partiti un rapporto basato sull’insindacabilità della sua azione di governo: quel che facciamo è ciò che dobbiamo fare per non essere irresponsabili rispetto alle grandi emergenze di fronte alle quali si trova il nostro paese. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha fatto però entrare il governo Draghi in una stagione nuova, complessa, travagliata, all’interno della quale dalla fase delle scelte obbligate si è passati alla fase delle scelte non scontate, e dunque sindacabili. E in questa fase il presidente del Consiglio ha compiuto un salto di qualità: ha abbandonato per strada l’abito del premier neutrale, ha costretto in più occasioni i partiti populisti a scegliere da che parte stare, ha costretto i sostenitori delle dottrine anti politiche ad abbandonare le proprie vocazioni anti sistema e ha ricordato ogni volta che ne ha avuto l’occasione che chi sta al governo con lui non si potrà permettere derive populiste.

  

La politicizzazione di Draghi è avvenuta con i fatti, con i voti in Parlamento, con il sostegno alla resistenza ucraina, con le battaglie a favore dell’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, con la campagna a favore del price cap, ma è avvenuta anche a parole. E in pochi si sono accorti di una frase ad altissimo contenuto politico pronunciata tre giorni fa al G7 proprio da Draghi: “La crisi energetica non deve produrre un ritorno del populismo”.

  

Per la prima volta, con la teoria e non solo con i fatti, Draghi ha ricordato che anche nei prossimi anni la faglia politica che andrà tenuta sotto monitoraggio è quella tra populisti e responsabili, tra sovranisti ed europeisti. Un po’, nelle parole di Draghi c’è ovviamente il riflesso del banchiere centrale per cui l’inflazione è un pericolo mortale. Un po’, però, c’è anche altro. C’è la volontà di dare un profilo chiaro alla presenza in campo dell’Italia. C’è la volontà di ricordare che “chi sta al governo con lui non potrà permettersi derive populiste”. E c’è la volontà di ricordare che l’appartenenza a questo governo non è tecnica, non è neutra, ma “è una scelta di campo anti populista che per forza di cose costringe alcuni leader populisti come Conte e Salvini a sentirsi spesso dalla parte sbagliata del terreno di gioco” (entrambi i virgolettati sono stati consegnati ieri da due importanti ministri al Foglio, incuriositi come noi per le frasi offerte da Draghi al G7).

   

La politicizzazione di Draghi non è lì a indicare un percorso destinato alla formazione di un nuovo partito, una scelta civica per Draghi, ma è lì a indicare un percorso destinato a trasformare sempre di più i partiti che si trovano all’interno di questo Parlamento. Alcuni partiti possono reagire alle trasformazioni dividendosi (il M5s). Altri rivendicandole (il Pd e FdI). Altri cambiando pelle al proprio interno (la Lega). Le trasformazioni sono tante, repentine, e costituiscono, quelle sì, delle vere “intromissioni all’interno della vita dei partiti”, ma la trasformazione forse più interessante in azione in queste ore è proprio quella che riguarda la svolta del premier. E la politicizzazione di Draghi, in fondo, è tutta qui: presentarsi sulla scena non come il semplice premier della necessità, ma come l’argine del futuro contro l’irresponsabilità populista.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.