Mario Draghi al G7 in Germania (LaPresse)

Tina, there is no alternative

Perché la stagione dei doveri ha rivoluzionato le agende dei populisti e dei loro nemici

Il governo del possibile archivia l'èra dei vaffanculo

Claudio Cerasa

Le riunioni del G7 e della Nato, la resistenza ucraina e la furia russa. Energia e solidarietà. In una fase di emergenza permanente, mettere in discussione la grammatica dei doveri diventa un’operazione impossibile

Tina, there is no alternative. Per la prima volta da quando è tornato prepotentemente a far parte del nostro vocabolario politico, l’universo dei sovranisti, o se volete più semplicemente il populismo, si ritrova a fare i conti con un problema di difficile risoluzione, forse persino irreversibile. Il problema è presto spiegato ed emerge con chiarezza se si ha la pazienza di rispolverare un vecchio acronimo di quattro lettere coniato ai tempi di Margaret Thatcher. Tina, there is no alternative. Per capire di cosa stiamo parlando basta guardarsi un istante in giro. Basta guardare i contenuti delle riunioni del G7. Basta guardare i programmi dei vertici  Nato. Basta guardare le dimensioni della resistenza in Ucraina. Basta guardare la furia cieca della Russia. Basta guardare la forza della solidarietà europea. Basta guardare la grande partita dell’indipendenza energetica. Il punto è sempre quello: Tina, there is no alternative.

 

E il senso è chiaro. In una fase di emergenza permanente – un’emergenza non percepita ma reale caratterizzata dalla presenza di un impegno comune assunto dai paesi occidentali contro alcuni nemici riconoscibili e ben identificabili – mettere in discussione la grammatica dei doveri diventa un’operazione impossibile. L’ineluttabilità di alcune scelte da parte della politica restringe in modo significativo lo spazio di azione per i partiti anti sistema. E in questo contesto i teorici del sovranismo sono così costretti a fare i conti quotidianamente con un nemico arcigno chiamato realtà. Un nemico che in alcuni casi gli impone di nascondere il populismo sotto una fitta coltre di cerone. Un nemico che in altri casi li costringe a rinunciare a offrire un sogno ai propri elettori. Un nemico che in altri casi ancora costringe i partiti populisti a rinnegare tutto ciò per cui hanno combattuto.

 

La nuova stagione dei doveri toglie dunque inevitabilmente munizioni ai sovranisti, mette in rilievo l’assenza di alternative al così detto sistema dominante e mostra uno degli effetti collaterali generati dall’unione dell’occidente contro Putin: la necessità da parte degli utili idioti del putinismo di rinnegare continuamente se stessi, le proprie idee, i propri princìpi, le proprie battaglie, per non essere considerati dei paria della politica.

 

Non c’è alternativa all’atlantismo per proteggersi dai nemici dell’occidente. Non c’è alternativa alla solidarietà tra paesi europei per proteggersi dalle minacce sistemiche. Non c’è alternativa al percorso di riforme concordato con l’Europa per poter finanziare le proprie economie facendo leva sul debito comune. La geometria determinata dalla nuova stagione dei doveri (chiedere a Giorgia Meloni e Matteo Salvini) è un grosso problema per i populisti perché costringe i sovranisti a fare ogni giorno i conti con le proprie irresponsabilità.

 

Ma potenzialmente rappresenta un problema non di poco conto anche per i partiti anti populisti perché toglie loro un’arma formidabile nella contesa elettorale: la drammatizzazione mobilitante. Se la strada dei doveri è tracciata, se gli impegni con l’Europa risultano difficilmente negoziabili, se l’appartenenza alla Nato non è più in discussione, se l’indipendenza dall’energia russa diventa inesorabile, se la distanza dalle dittature illiberali si manifesta come inevitabile, e se anche i populisti accettano di stare all’interno di questo schema, come in fondo sta succedendo per ora anche in Italia, è evidente che per i partiti anti populisti appellarsi alla minaccia populista diventa un’operazione complicata. Ed è altrettanto evidente che per chi ha il ventaglio dei doveri maggiormente nel proprio Dna non c’è altro da fare che seguire una strada precisa: chiedersi come, in una stagione in cui l’ambiguità viene punita, in cui la chiarezza viene premiata, in cui la responsabilità viene compresa, in cui le urla non fanno più presa, in cui i vaffanculo vengono lasciati a casa, il governo del possibile possa finalmente trasformarsi in una narrazione capace di coinvolgere più del venti per cento degli elettori. Tina: there is no alternative.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.