(foto di Ansa)

il partito del bengodi

La guerra ci ricorda perché i populisti hanno tolto il Colle a Draghi

Alberto Brambilla

La friggitoria della politica, in tempo di guerra, ci mostra una verità: il populismo è sempre al suo posto ed è riuscito ad evitare la "fine della festa" che avrebbe fischiato l'attuale premier se fosse andato al Quirinale

Il prologo: Per comprendere la complessità e i rischi per il governo dell’attuale fase politica è utile fare un salto all’indietro nel tempo e tornare a sabato 29 gennaio, quando dopo 5 giorni in cui i nomi dei possibili presidenti della Repubblica venivano espressi e bruciati nel breve volgere di poche ore da una classe politica che, per unanime giudizio, non ha certo brillato, Sergio Mattarella è stato rieletto 13° Presidente della Repubblica italiana per un secondo mandato, all’ottavo scrutinio, con 759 voti. Ovviamente si sapeva da settimane, mesi e anni che a gennaio del 2022 il mandato di Mattarella sarebbe scaduto e peraltro lo stesso presidente aveva avvertito per tempo di essere indisponibile per un secondo mandato, giudicandolo giustamente inopportuno anche con una raffinata interpretazione costituzionale; eppure i partiti che nel simbolo elettorale hanno il nome del “capo” come fosse lo stemma araldico del feudatario (Grillo, Salvini, Berlusconi), spesso chiusi al “merito”, non sono stati in grado di accordarsi né prima né durante.

 

Si era capito subito che l’unico obiettivo di alcuni capi partito che ora polemizzano sulla fornitura delle “armi” all’Ucraina era quello d’impedire l’ascesa del presidente Mario Draghi al Colle per paura che fischiasse finalmente la “fine della ricreazione” come ebbe a dire Charles De Gaulle nel 1958 al parlamento francese, preferendo tenerlo a Palazzo Chigi in modo tale da “friggerlo” nella padella politica preelettorale in quattro cinque mesi e quindi toglierselo di mezzo definitivamente, riprendendosi il Paese. Gli è andata male per la duplice azione di Draghi e dei cosiddetti “peones”, la truppa dei parlamentari.

 

Draghi, che al suo arrivo aveva fischiato la “fine della festa” come disse Gianni Agnelli, ha fatto capire ai riottosi capi partito, quelli del consenso a tutti i costi e chi se ne frega di chi paga, che difficilmente avrebbe giurato nella mani di un presidente “qualunque” e se ne sarebbe andato e con lui fine del Governo e addio al Next generation EU; i peones che si sono votati prima una norma sostitutiva dei vitalizzi senza senso che prevede la perdita dei contributi versati e quindi della pensione se la legislatura dura meno di 4 anni 6 mesi e un giorno, salvo non si riesca a tornare in Parlamento, cosa difficilissima perché si sono pure votati una riduzione del numero dei parlamentari da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori, hanno snobbato i loro capetti e hanno iniziato a votare Mattarella finché ci sono riusciti.

 

Perché ho descritto questi fatti? Perché sono come il prologo delle antiche tragedie greche, utile per esporre la descrizione di come sia stato possibile degradare il paese più bello del mondo, l’Italia, con uno sterminato patrimonio paesaggistico, culturale, storico, artistico e archeologico e con cervelli di primordine sempre costretti a emigrare perché il “merito” da noi non è un valore, a fanalino di coda nelle classifiche positive come quelle per produttività, occupazione e sviluppo e ai primi posti per quelle negative come evasione fiscale, debito pubblico e malavita. E’ stato un andare sempre peggio; nel 1980 il rapporto debito pubblico su pil era pari al 55%; ebbene nel secondo boom economico del nostro Paese siamo riusciti nel “miracolo” di raddoppiare in poco più di 10 anni il debito, fino al 116% del 1992, l’anno di tangentopoli; poi, dopo una breve pausa fino al 99% del 2004, su fino al 132% dei governi Renzi e Gentiloni e ancora peggio con i Conte 1, 2; con il Covid-19 sembrava la fine del mondo, poi Mattarella ci ha mandato Mario Draghi ed è stato l’inizio della fine del diluvio.

 

Molti politici e commentatori parlano di commissariamento della politica da parte dei tecnici; niente di più sbagliato: la politica si è commissariata da sola e da molto tempo. Fare assurde sofisticazioni tra cosa è politico e cosa è tecnico è fuori dalla realtà. E’ politico avere dei capi partito che nella vita hanno fatto solo politica e comizi senza mai essersi cimentati con la vita reale? A molti stiamo pagando un lauto stipendio da più di un quarto di secolo ma i risultati dell’Italia sarebbero da “fine rapporto”. Oggi, alla faccia della tanto sbandierata crisi demografica e dei rischi dell’invecchiamento della popolazione, abbiamo alla testa del paese quelli che dovevano essere rottamati (copyright di Matteo Renzi): presidente della Repubblica Sergio Mattarella 80 anni; presidente del CSM Giuliano Amato 83 anni; presidente del Cnel, Tiziano Treu 82 anni; presidente del Senato Elisabetta Casellati, 76 anni; sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Bruno Tabacci 75 anni; Presidente del Consiglio, Mario Draghi, 74 anni.

 

Dei giovani leoni della politica tra i 35 e i 50 anni nessun rimpianto anzi, secondo la stampa internazionale, solo giudizi di insufficienza. E questo non è un bel segno per il futuro dell’Italia che avrebbe necessità di una classe politica che arrivi ai vertici dello stato dopo aver dimostrato meriti al contrario del nostro Parlamento pieno di giovani alla loro prima esperienza cui nessun imprenditore di buon senso affiderebbe le sorti della propria azienda. Ecco noi democratici gli abbiamo affidato addirittura la guida dello Stato e incarichi politici da far tremare i polsi anche al più competente tecnico. Ma questo è il livello della nostra democrazia e le manifestazioni degli studenti “no lavoro e no studio”, i piagnistei del “caro bollette” sono il risultato di questa diseducazione.

 

Dal 2015 abbiamo beneficiato di un prezzo del petrolio tra i 43 e i 70 dollari al barile e quello del gas naturale sotto i 90 dollari per tonnellata con incrementi legati alle ricorrenti crisi russe, senza preoccuparci del futuro; dal 2015 i tassi sono a zero grazie alla BCE e noi invece di ridurre il debito lo abbiamo addirittura aumentato. Apparentemente zittiti dai positivi risultati del governo Draghi i capetti sono riapparsi come degli infiltrati di una guerra ibrida, mandati sul posto per creare scompiglio, disagio; per dire che è colpa della Nato se la Russia ha invaso l’Ucraina (qualcuno ha usato lo sguaiato termine “abbaiare”); che si tratta di una guerra per procura con mandanti gli USA. Insomma “guastatori”, habitué di Mosca o della villa in Crimea di Putin, mandati per rompere l’unità di intenti italiana ed europea (la Le Pen) con ogni mezzo, rosario o TV. Con l’invasione russa dell’Ucraina, la “friggitoria” della politica italiana nei confronti di Draghi è ripartita con distinguo ai provvedimenti su catasto, bollette, richieste di scostamenti di bilancio, bonus 110% (la più grande idiozia) e l’assurda richiesta di dichiarare pubblicamente quali armi e dove sono state mandate, così lo saprà anche Putin.  “E’ l’Italia bellezza!” 

 

Alberto Brambilla è Consigliere Ministeriale e docente