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Se vuoi riciclare servono gli impianti di termovalorizzazione

Maria Carla Sicilia

600 mila tonnellate di capacità e che sia pronto entro il 2025: perchè Roma ha bisogno del termovalorizzatore. Parlano Francesco Sicilia di Unirima e Walter Regis, di Assorimap

Semplificando, chi vuole un termovalorizzatore è nemico dell’ambiente perché preferisce bruciare i rifiuti invece di puntare sul riciclo. Chi ha criticato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, per aver annunciato di voler costruire un nuovo impianto, ha usato più o meno questo argomento. Non è  una lettura semplicistica? “Assolutamente sì. Il recupero energetico e quello della materia sono due anelli di un unico processo. Il riciclo è prioritario, come stabilisce la direttiva europea, ma senza una chiusura del ciclo che consente il trattamento dei materiali non riciclabili c’è un impatto inevitabile sulla filiera a monte”.

 

A rispondere al Foglio non è un nemico dell’ambiente, ma il direttore generale dell’associazione che raccoglie le imprese che si occupano di recupero e riciclo della carta. “A valle del nostro lavoro abbiamo due flussi: la materia prima e gli scarti”, spiega Francesco Sicilia di Unirima. Il primo flusso è il materiale riciclato che viene venduto sul mercato delle materie prime seconde. All’altro  va trovata una collocazione e se farlo è difficile si “creano grossi problemi alla filiera dell’economia circolare”.

 

Nella burocrazia ambientale sono identificati con il codice CER 191212, ma per rendere l’idea basta pensare che si tratta di quello che rimane quando qualsiasi materiale ha subito il trattamento di riciclo più virtuoso possibile. Chiuso il cerchio, con il recupero della materia che torna a essere risorsa, restano questi ulteriori rifiuti. In Italia sono 11,2 milioni di tonnellate secondo l’ultimo rapporto Ispra e hanno due possibili direzioni: la discarica o il termovalorizzatore. “Lo ripetiamo da anni”, continua Sicilia, che ne approfitta per ribadire: “La mancanza di impianti per trattare questi rifiuti è cronica e rischia di diventare un boomerang per il nostro settore”. Ma c’è un dato nuovo. “Il fatto che ci sia l’intenzione di costruirne uno è un cambio di rotta positivo”.

 

Nei piani di Gualtieri, il termovalorizzatore avrà una capacità di 600 mila tonnellate e dovrà essere pronto per il Giubileo del 2025. I tempi sono stretti ma realistici dal punto di vista ingegneristico. Tutto dipende dalle autorizzazioni. Il sindaco ha detto di essere al lavoro con governo e regione per garantire rapidità, certezza ed efficienza, anche ricorrendo a procedure straordinarie. Ma il percorso sarà pieno di ostacoli, anche politici.

 

“Roma ha bisogno di un termovalorizzatore, lo dico da cittadino romano e da presidente dei riciclatori meccanici di materie plastiche”, aggiunge Walter Regis, che rappresenta Assorimap. “Dev’essere chiaro che il termovalorizzatore è l’anello finale. Il processo deve essere strutturato in maniera integrata. Occorre prima una strategia, un piano regionale che oggi manca. Poi, il tema per l’economia circolare si pone sia monte, con i produttori che devono fare imballaggi riciclabili, sia a valle, con i governi che devono adottare politiche in grado di stimolare il mercato della green economy”. Ma l’imbuto per smaltire i rifiuti CER 191212 c’è anche per la plastica. “La quantità di scarti dipende dal tipo di materiale, se si tratta di plastiche singole o miste”, continua Regis. “Più o meno, su 650 mila tonnellate di imballaggi riciclati abbiamo 50 mila tonnellate di scarti da gestire”.

 

E questa attività diventa sempre più cara. “Fino a qualche anno il costo era circa 150 euro a tonnellata, oggi è più che raddoppiato e grava sulle imprese che fanno economia circolare”. I motivi sono molti – dalla percentuale di riciclo che aumenta alle regole europee che si fanno più stringenti dal punto di vista ambientale – ma tutti portano a un punto: la domanda è aumentata, mentre l’offerta è rimasta al palo. Gli impianti per il recupero energetico sono sempre 37, ci sono pochi soggetti che li gestiscono, come ha segnalato anche l’Antitrust al governo, e quando la capacità non basta gli scarti si spediscono fuori confine, con costi ambientali ed economici maggiori di quelli che si avrebbero se rimanessero in Italia. Secondo l’ultimo rapporto Ispra, il 31,5 per cento dei rifiuti esportati, circa 183 mila tonnellate, è costituito proprio dai rifiuti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti urbani, i famosi 191212. Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Slovenia sono i paesi a cui li abbiamo venduti, in ordine di volumi.

 

Il termovalorizzatore di Roma potrebbe contribuire a bilanciare l’offerta. Anche perché la domanda è destinata ad aumentare. “Per la direttiva europea sui rifiuti la destinazione prioritaria degli scarti è il recupero energetico. Se non ci sono termovalorizzatori gli scarti finiscono in discarica, ma anche qui c’è indisponibilità”, precisa Sicilia. Non solo. Nel 2035 l’Italia dovrà dimezzare al 10 per cento la quota di rifiuti che manda in discarica, mentre il riciclo di quelli urbani dovrà raggiungere il 65 per cento dall’attuale 47. Così, prendersela con un termovalorizzatore per difendere l’ambiente appare un po’ come guardare il dito mentre dietro c’è la luna. Tenendo chiaro un presupposto: “La comodità di avere un impianto per la valorizzazione energetica dei rifiuti – chiarisce Regis – non ci deve allontanare dal principio di investire nel riciclo”. 

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  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Oggi si occupa del coordinamento del Foglio.it.