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L'approfondimento

Perché la debolezza di Scholz sul fronte interno dà forza alla proposta di Draghi sul gas

Valerio Valentini

Il cancelliere tedesco resta scettico sul price cap. Ma la misura appare sempre più come una sanzione a Putin, e il leader dell'Spd non può permettersi di giocare il ruolo del filorusso. Il governo italiano spera

La svolta parrebbe dettata da una trovata retorica forse perfino banale. L’idea, cioè, che il prezzo al tetto del gas non sia una misura di sostegno ai paesi europei, ma uno strumento di pressione su Vladimir Putin. Eccola, la mossa che cambia l’inerzia del discorso. Perché, messa in quest’ottica, raccontata insomma come una nuova sanzione da comminare all’aggressore per indurlo alla resa, chi potrebbe dirsi contrario, correndo il rischio di apparire come un collaborazionista del grande macellaio? Forse non potrebbe farlo chi finora si è mostrato fermamente contrario alla proposta: e cioè quell’Olaf Scholz che ogni giorno che passa finisce col giocare sempre più, malgré soi, il ruolo dell’amico dell’autocrate russo, o magari del meno ostile tra i suoi non amici. E se vacilla la resistenza tedesca, allora davvero il progetto di Mario Draghi può trovare compimento a Bruxelles. Questa almeno è la speranza che due giorni fa, al termine della videoconferenza convocata da Joe Biden con gli alleati europei, ha preso finalmente sostanza. 

 
Perché i tubi che dalla Russia attraversano mezza Europa per arrivare nel cuore del Vecchio continente, stanno lì, nella loro fissità, a dimostrare quanto sia impensabile da un giorno all’altro dirottare il combustibile verso altri paesi. “Ed è per questo che l’arma negoziale che l’Ue, come acquirente pressoché esclusivo, ha nei confronti di Putin, è reale”. A confortare la convinzione del premier,  ci sono i dati fornitigli da Roberto Cingolani, secondo cui oltre i tre quarti del gas russo sono vincolati al mercato europeo. 

 
E che ci fossero margini per convincere anche gli scettici, il ministro della Transizione ecologica se n’era accorto già a fine marzo. Quando, in visita a Berlino, aveva colto nel responsabile dell’Economia tedesco, il verde Robert Habeck, una certa disponibilità a discutere i dettagli della proposta italiana. Poi Draghi, due giorni dopo, ha fatto il resto, rispondendo al cronista tedesco che glielo chiedeva che sì, “certo che noi stiamo finanziando la guerra di Putin comprando il suo gas, e per questo l’Italia spinge per il price cap”, per poi accorgersi, di lì a qualche ora, di come queste sue parole venissero utilizzate dalla Faz e da Handelsblatt per criticare la tiepidezza del cancelliere socialdemocratico. 
Insomma tocca seguire ora le convulsioni interne alla politica di Berlino, per capire l’evoluzione che l’istanza avanzata dall’Italia, insieme coi partner mediterranei e col Belgio, potrà avere di qui al prossimo Consiglio europeo di fine maggio. E’ assai probabile che in quell’occasione una prima vittoria Draghi possa incassarla: quella sul decoupling, che consentirebbe di fissare il prezzo dell’energia elettrica non solo in base al prezzo del gas, ma anche in base a quello delle rinnovabili. Su questo, dalla Commissione, giungono riscontri confortanti.

 
La speranza di un passo avanti anche sul price cap trova invece fondamento proprio nella polemica politica tedesca. Non solo perché, come ieri riportava Die Welt, anche il governo austriaco, per bocca del ministro delle Finanze Magnus Brunner, pare aver abbandonato il fronte dei contrari. Ma anche perché per Scholz rinnovare la sua avversità significherebbe legittimare una narrazione sempre più ricorrente sulle residue incrostazioni di filoputinismo all’interno della sua Spd. Al punto che ieri perfino Norbert Röttgen, che la politica energetica tedesca l’ha guidata tra il 2009 e il 2012 durante il secondo governo Merkel, cioè negli anni in cui si inauguravano i cantieri del Nord Stream 2, ha benedetto su Twitter la proposta italiana sul price cap come “un buon compromesso di Draghi”, chiedendo al governo federale se sia pronto ad accettarlo o se davvero voglia giocare il ruolo del grande sabotatore.

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.