chiacchiere con i ministri

Fermare il gas russo? Per il governo italiano l'embargo non è un tabù

Claudio Cerasa

Esiste una sola ragione per cui l’Europa debba continuare a pagare la guerra a Vladimir Putin? L'Italia è disposta a pagare un prezzo per proteggere la nostra libertà. Parlano Guerini, Franceschini, Carfagna, Garavaglia, Patuanelli, Orlando e Gelmini

La questione è molto semplice e senza troppi giri di parole potremmo sintetizzarla così: esiste una sola ragione al mondo per cui l’Europa debba continuare a pagare la guerra a Vladimir Putin? E, in subordine, esiste una sola ragione al mondo per cui l’Europa debba continuare a pagare alla Russia circa 800 milioni di euro al giorno per importare il suo gas e il suo petrolio?

 

Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times, ieri nella sua seguitissima newsletter europea, Euro Intelligence, si è chiesto fino a che punto l’Europa, con i suoi continui acquisti di gas e petrolio, aiuterà Putin a stabilizzare l’economia russa, e a non fare tutto ciò che è economicamente possibile per evitare che l’Europa, di fronte ai massacri russi e alle fosse comuni, abbia lo stesso atteggiamento che ebbero le unità olandesi delle Nazioni Unite ai tempi del massacro di  Srebrenica nel 1995 portato avanti dalle truppe serbo-bosniache. Münchau, in verità, non si rivolge a tutta l’Europa (Lituania, Lettonia ed Estonia hanno annunciato di aver chiuso i gasdotti in risposta all’aggressione di Mosca in Ucraina, la Polonia ha annunciato di essere in grado di interrompere entro l’anno le importazioni dalla Russia di gas e petrolio) ma si rivolge in particolare ai due paesi europei, Germania e Italia, che più degli altri, insieme all’Austria, sembrano non avere intenzione di chiudere i rubinetti con i quali finanziano indirettamente la spirale del terrore russo (l’Italia e la Germania importano dalla Russia rispettivamente il 40  e il 55 per cento del proprio fabbisogno di gas).

 

La scorsa settimana il Foglio ha anticipato un piano non ancora reso noto, elaborato insieme con il Mise da alcune società partecipate dal governo, per superare nel giro di un anno la dipendenza dal gas russo. Ma la posizione del governo italiano, su questo fronte, è fatta di detti e non detti. La scorsa settimana, Mario Draghi, presidente del Consiglio, ha ammesso che l’Europa “sta finanziando la guerra” e ha proposto come soluzione per evitare di continuare a farlo “un tetto al prezzo del gas”. Il segretario del Pd, Enrico Letta, due giorni fa si è chiesto quante “Bucha saranno necessarie prima di passare a un embargo completo su petrolio e gas dalla Russia?”. E il tema dell’embargo, sia a Palazzo Chigi sia all’interno del governo, appare essere qualcosa di diverso da un tabù.

   

Con il segretario del Pd Enrico Letta è d’accordo Dario Franceschini, il ministro della Cultura, che al Foglio, rispondendo alla domanda se sia “opportuno ragionare seriamente sull’embargo” risponde con un secco “sì”. Sulla stessa lunghezza d’onda, Lorenzo Guerini, ministro della Difesa: “Penso – dice al Foglio – che per fermare la guerra di Putin sia necessario fare pressioni sulle sanzioni, e le più efficaci tra esse siano quelle che riguardano gas e petrolio. Pur nella consapevolezza di ciò che significa anche per noi e per le nostre economie”.

 

Allo stesso modo la pensa Massimo Garavaglia, ministro del Turismo, della Lega, secondo il quale è “probabile che si arrivi” a una soluzione del genere. E come Garavaglia la pensa anche il capo delegazione del M5s al governo, Stefano Patuanelli, ministro dell’Agricoltura. “Quella dell’embargo – dice al Foglio Patuanelli – è una strada percorribile, perché entriamo in una stagione in cui viene usato meno gas e perché stiamo affrontando bene la diversificazione dei nostri approvvigionamenti. Ma la risposta deve comunque essere europea, e in questo momento l’Ue è debole: vedo riemergere egoismi che fanno paura. Non aver chiuso ancora l’accordo sul tetto del gas ne è la dimostrazione. E se prevalgono gli egoismi, saremo tutti più deboli”.

 

Anche il capo delegazione del Partito democratico al governo, Andrea Orlando, ministro del Lavoro, del Pd, dice al Foglio che, rispetto al tema di un pieno embargo di petrolio e gas russo, “non può essere escluso nulla”. Maria Stella Gelmini, interpellata dal Foglio sullo stesso punto, sostiene che dell’embargo “se ne discuterà in sede Ue” e nel caso “occorre che l’Europa e gli alleati si facciano carico delle difficoltà di quei paesi che rischiano di andare in sofferenza: sul tetto al prezzo del gas – aggiunge Gelmini “per esempio si fa fatica in Europa a trovare condivisione”.

 

Dice invece Mara Carfagna, ministro per il Sud: “Sull’embargo bisogna ragionarci più che seriamente, anzitutto per darci una tempistica chiara e credibile per raggiungere la nostra indipendenza energetica e per mostrare alla Russia di Putin la totale indisponibilità a eventuali ricatti, oltre ovviamente alla condanna più ferma dell’invasione dell’Ucraina. Nessuno deve poter dire implicitamente o esplicitamente alle democrazie europee: se volete il gas, chiudete gli occhi su quel che ho fatto o faccio in Ucraina o dovunque. Dobbiamo però essere  pragmatici: embargo del gas russo significa per l’Italia uno sforzo enorme di diversificazione delle forniture di gas, di efficientamento e di sviluppo in tempi più che rapidi di fonti energetiche alternative. Per questo dovremo rivendicare in sede Ue che questo sforzo è possibile solo con un’azione coordinata e solidale di tutto il continente, anzitutto a sostegno di chi come Italia e Germania oggi è particolarmente esposto al gas russo. Occorre un ‘Energy Deal’ europeo, fatto di nuove risorse ma anche di messa in comune dell’intero sistema di produzione di energia a prezzi definiti. Bisogna – aggiunge Carfagna – che questo sforzo storico per l’autonomia energetica sia condiviso a tutti i livelli di governo: ci sono migliaia di progetti di energia solare in Italia bloccati per i troppi ostacoli burocratici e i veti incrociati di un ente locale, della sopraintendenza o di un comitato civico. E’ una situazione che non possiamo più permetterci”.

 

Dunque, la domanda è sempre quella: esiste una sola ragione al mondo per cui l’Europa debba continuare a pagare la guerra a Vladimir Putin? La novità è che l’Italia, per la prima volta, rispetto a questa domanda, pur conoscendo le conseguenze di una scelta del genere, non è più dalla parte di chi dice no: è finalmente dalla parte di chi è disposta a pagare un prezzo per non voltarsi dall’altra parte e proteggere costi quel che costi la nostra libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.