Il racconto

Nuovo cinema Pd, da Veltroni a Monda: tutte le guerre nel vero paradiso della sinistra

Potere, veleni, intrighi, voglia di tregua: in queste settimane la Capitale si è divisa su un altro conflitto. Quello per la direzione artistica della kermesse

Simone Canettieri

La guerra dei dem romani per la Festa del Cinema svela la vera passione di una classe dirigente: da "Walter Netflix" a Goffredo Bettini, passando per i fratelli Zingaretti e la nuova stella Carocci

Né con la Nato né con Monda. Il ceto medio riflessivo della Capitale di questo parlava. Voleva la pace. Ma si è diviso su come ottenerla. Ha pregato sulla tomba di Albertone per la de-escalation. Ha invocato la buonanima di Gigi Proietti (“Mandrake, da lassù, ferma il conflitto!”). Ed era pronto a sfilare per strada (tra il Flaminio e i Parioli) predicando la giusta equidistanza. E dunque né con il Pd che voleva – e ha ottenuto – il cambio di direzione artistica della Festa del cinema, né con Antonia Monda. Lo scrittore, docente e maestro di soft power per sette anni è stato l’Aladino del red carpet romano, con rubrica telefonica da fare invidia alla Batteria del Viminale. E’ stata una guerra durissima, si diceva. Era in ballo la tenuta democratica delle anteprime: abbonati, scatti esclusivi di Rino Barillari e Umberto Pizzi, cafonal e “flash” di Dagospia. D’altronde se qualcuno avesse violato lo spazio aereo dell’Auditorium ci sarebbe stato il concreto pericolo di “terza guerra mondale”. La soluzione finale è stata evitata per un soffio (“Se si esagera e capita l’incidente? Se non si mettono d’accordo e salta tutto, cosa facciamo il prossimo autunno?”, i patemi al bar Ciampini all’ora del prosecco).

 

A un certo punto qualcuno aveva anche pensato di mandare come inviato speciale su questo maxi schermo di guerra Nanni Moretti, il Merkel dei registi de sinistra. Profilo alto, indiscutibile, a cui nessuno poteva dire di no: aggrediti e aggressori. Viene un dubbio: erano solo i turbamenti dei “dem d’essai” che vivono in una bolla, anzi in una Nuvola, cioè quella di Fuksas? Ma insomma, no. Andavano e vanno presi sul serio. Perché mai come in questo momento il vero rovello del Pd romano, e del Campidoglio, è il cinema. Walter Veltroni, Francesco Rutelli, fratello e sorella Bettini, la famiglia Zingaretti, Valerio Carocci. E’ il Nuovo cinema Pd.

 


Il grande orso del Pd, le notti d’estate lo puoi trovare accucciato a piazza San Cosimato, a Trastevere, nell’arena sotto le stelle



Ne sa qualcosa Roberto Gualtieri, sindaco con solidi studi gramsciani e innocenti evasioni acustiche per la Bossa Nova. L’ex ministro dell’Economia è finito in mezzo a questo Kramer contro Kramer da quando è stato eletto. Nomine da fare, decisioni da prendere. Il sindaco se l’è dovuta vedere con i soliti Parenti serpenti del Nazareno, usciti dalla Terrazza di Scola e saltati fuori come molle – sdeng! – dal Divano rosso di Salvalaggio. Per mesi sulla graticola per decidere chi gestirà il prossimo cartellone della Festa, l’anti Venezia der monno infame.  


Strana bestia l’élite Pd della capitale. Retroscenista con passione per la retrospettiva. Un animale raro dai tratti aggressivi che è meglio non stuzzicare. E’ il grande orso in letargo, ma con i popcorn sotto la zampa, e sempre pronto a un posto in prima fila (“toglietemi tutto, ma non la mia poltroncina: si rimediano due accrediti?”). Questo strano animale antropomorfo di giorno si abbevera in Viale Mazzini, davanti la carcassa del cavallo morente. La sera divora ciò che trova, bacche e pizzette, all’Auditorium. Le notti d’estate lo puoi trovare accucciato a piazza San Cosimato, a Trastevere, nell’arena sotto le stelle. Quei bravi ragazzi del Pd. Quanti caratteristi unici. Da giovani non solo dicevano di non essere mai stati comunisti, nonostante la tessera della Fgci nelle braghette, ma di aver pensato solo al cinema. Servito in seguito come via italiana al socialismo.  (“Ne fummo sedotti a tredici anni”, diranno Bettini e Veltroni dopo aver visto in anteprima “Novecento” di Bertolucci, davanti agli sguardi austeri di Pajetta e Amendola). E dunque tutti hanno vissuto la politica come un inciampo della storia. Una parentesi. Prima di ritornare alla celluloide in senso lato. A volte dietro la cinepresa del potere, altre dietro a quella vera. In un eterno spoil system di famiglia.  

 


Mettere Antonio Monda alla porta: il blitz è scattato, nonostante l’artiglieria pesante di Hollywood a presidio del fortino



Sicché martedì scorso si è concluso il vero negoziato che teneva tutti con il fiato sospeso: Antonio Monda si è arreso all’evidenza. Zac: tagliato. Addio. La sua Sant’Elena sarà Palm Beach. Dopo sette anni lascerà i galloni di generale della Festa del Cinema di Roma: un’idea del sindaco Walter Veltroni che ebbe come primo presidente Bettini. Il sogno di una generazione: la sera andavamo all’Auditorium, piccola Capalbio indoor.

 

Tanto che quando i “barbari conquistarono Roma”, cioè quando Gianni Alemanno venne eletto sindaco nel 2008, la sinistra ebbe solo una preoccupazione. Si asserragliò nel bunker disegnato da Renzo Piano per non far sciogliere la festa. Il Goffredo nazionale si dimise da presidente della fondazione in cambio della nomina di Gian Luigi Rondi, considerato un uomo di garanzia. E furono sempre Bettini e Veltroni a chiedere  nel 2015 – altri tempi – all’allegro chirurgo dem Ignazio Marino di nominare direttore artistico Antonio Monda.

 

Il quale adesso invece lamenta di essere stato messo alla porta – nonostante i Tarantino e i De Niro, le Streep e le Blanchett portati in quota “corrente Central Park” del tentacolare partito mondista – per via dell’ostruzionismo di “un politico locale”. E cioè Bettini che difenderebbe la sorella Fabia, la quale collabora da sempre con la Festa attraverso la rassegna indipendente “Alice nella città”. Si tratta di una macchina da guerra e proiezioni, con solidi rapporti professionali anche con Francesca Verdini, fidanzata di Matteo Salvini e figlia di Denis, a capo della società di produzione “La casa rossa”. Allora è vero che “il Pd può governare con la Lega purché sia normalizzata”, come ha detto Bettini al Foglio. Ma qui si rischia davvero di esagerare. Meglio attenersi ai fatti.

 

Il blitz è scattato, nonostante l’artiglieria pesante di Hollywood a presidio del fortino di Monda, e  con la presunta complicità del potentissimo capo di gabinetto del Campidoglio, Albino Ruberti, detto Rocky (ma quale di preciso: I, II,III, IV o V?) per via delle maniere spicce. Tipo simpaticissimo. Nel frattempo, in queste settimane, la sinistra si è spaccata. E’ partito un “sì, il dibattito sì”. Le “mejo bacheche” Facebook hanno prodotto post e recensioni, analisi e commenti sdegnati degni di Ciak. E’ stata una battaglia complicata attraversare le varie propagande che si affrontavano. Non su Telegram, ma in piazza Farnese e al Circolo Orange, o al massimo su Twitter.

 

Rimane il dubbio di alcuni: è stata un’operazione militare speciale di de-mondizzazione o un assalto alle solide fondamenta del patto Roma-New York per opera degli arrembanti compagnucci della parrocchietta? Quale travaglio interiore deve essere stato.

 

Alla fine Gualtieri per uscire da questo impiccio ha scelto di non decidere galleggiando in un barile di pressioni, altissime e nemmeno citabili. Sottovoce ha rivendicato il diritto all’autodeterminazione. E, come si sa, ha nominato presidente della kermesse Gian Luca Farinelli, direttamente dalla Cineteca di Bologna, al posto di Laura Delli Colli (figlia di Franco e nipote di Tonino, entrambi maestri della fotografia). La giornalista e critica pare sia rimasta male per il trattamento ricevuto dalla sua sinistra, anche se per il momento rimane nel cda. Insomma Gualtieri ha giocato di sponda e ha detto a Farinelli: fai tu, non ne voglio sapere nulla, basta che non confermi Monda. E’ stata la mano di Goffredo? Lui nega. E non c’è motivo per non credergli.


Ecco alla fine trionfare su queste macerie Paola Malanga, vicedirettrice di Rai Cinema, arrivata con la fuliggine della Carneade davanti alla fosforescente parata di stelle mondane e mondiste del vecchio direttore artistico, dotato di fratello direttore dell’Osservatore romano perché sempre a Roma siamo, e anche il Papa non disdegna le telecamere (dopo l’intervista a Fabio Fazio, a Pasqua Francesco sarà il “Piero Angela” del Vangelo su Rai1 in compagnia di Roberto Benigni).


Ma tranquilli: la nuova edizione della Festa dello scandalo sarà orizzontale. Arriverà a Tor Bella Monaca ma anche a Massimina. Dalle parti dell’Auditorium già malignano: “A Farinelli e Malanga servirà Google Maps: lui è bolognese, lei è milanese”. Ci penserà l’inurbato Pd romano che davanti alla parola “periferie” di solito inizia a sudare freddo. Parte con Pasolini, accarezza il Pigneto, ma non conta mai i voti. Sempre di meno.


Il debutto del neo presidente Farinelli è avvenuto a un evento della confindustriale Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche e audiovisive) presieduta da un’altra grandissima conoscenza del centrosinistra: Francesco Rutelli, già radicale, già sindaco entrato nella mitologia, già capo della Margherita, già ministro, già tantissime cose, fra i padri dell’Ulivo e del Partito democratico, salvo andarsene per tentare l’avventura non fortunatissima dell’Api (il partito Alleanza per l’Italia risiedette nello stesso palazzo dove ora ha la sede il M5s, ma questo è un altro film, e serve Dario Argento). Rutelli ha chiuso con la politica. Da otto anni si è dato ad altro, e con soddisfazione.

 

Anche Veltroni ha smesso con la politica. E’ il miglior oratore funebre sulla piazza quando c’è da ricordare un grande che se ne va da questa terra. E’ uno fecondo scrittore. E’ un giornalista multicolor (sport, nera, storia, costume, società), ma soprattutto un regista. I suoi libri, come dentro a un alambicco, si trasformano sempre in sceneggiature di film (da segnalare: “Quando c’era Berlinguer” – film documentario (2014), “I bambini sanno” – film documentario (2015), “Milano 2015”, registi vari – film documentario (2015), “Gli occhi cambiano” – film documentario (2016), “Indizi di felicità” – film documentario (2017), “Tutto davanti a questi occhi” – film documentario intervista a Sami Modiano, sopravvissuto ad Auschwitz (2018), “C’è tempo” – film cinematografico (2019), “Fabrizio De André e PFM – Il concerto ritrovato” – film documentario (2020), “Edizione straordinaria” – film documentario (2020). In più c’è anche un cammeo veltroniano come doppiatore del sindaco Rino Tacchino nel cartone animato “Chicken Little - Amici per le penne”.


E comunque all’evento dell’Anica c’era anche Nicola Zingaretti che è il governatore del Lazio, certo. Ma fino a un anno fa era anche segretario del Pd. Alle prese con le scissioni di Matteo Renzi e Carlo Calenda, ma soprattutto con una diceria maligna. Secondo la destra e  gli immancabili nemici interni la popolarità fuori dal Grande raccordo anulare era merito dell’aureo fratello Luca. Il Montalbano nazionale. Hai voglia a lanciare “Piazze grandi” e “Campi larghi” e riferimenti fortissimi dei progressisti. Erano i tempi del governo giallorosso di Giuseppe Conte – serie distopica fra Bibbiano e Sanpa – ma soprattutto delle serate da 10 milioni di spettatori dell’ispettore creato da Andrea Camilleri. Fenomeno di massa, asse Vigata-Nazareno. Al punto che nei giornali, non si sa se per malizia o sciatteria, spesso scappava nei pezzi e nelle didascalie “ha detto il segretario del Pd Luca Zingaretti”.  Da mettere agli atti: il presidente del Lazio – la regione è socia della fondazione – con una lettera al Corriere si è schierato contro Monda. E ha benedetto il cambio della guardia con questo ragionamento: io governo da nove anni dopo aver vinto tre elezioni, lui stava qui da sette, si potrà anche cambiare o no?   

 


La nuova edizione della Festa dello scandalo sarà orizzontale. L’inurbato Pd romano davanti alla parola “periferie” inizia a sudare freddo



E’ dunque il Pd Cinecittà. Anche nel senso dell’istituzione che gestisce gli studios, amministrata da Nicola Maccanico, manager di grande talento e figlio del ministro ulivista Antonio. E dove gli affari legali e i rapporti con il personale sono nelle mani del dirigente Maurizio Venafro, già capo di gabinetto di “Zinga” in regione Lazio nonché legatissimo a Bettini. E’ proprio il nuovo cinema Pd. A Carlo Verdone i dem chiesero di candidarsi sindaco di Roma, ma rifiutò, mannaggia. Da questa confessione è tratta la serie su Amazon (“Vita da Carlo”) in cui però accetta la proposta di un “importante politico con la Z.” e si ritrova la fascia tricolore al collo. Ancora dal Mereghetti della sinistra: Massimo Ghini (consigliere comunale del Pds) ed Enrico Montesano (consigliere comunale ed europarlamentare, sempre per il Pds) ora riferimento culturale del mondo complottista e distopico.

 


Valerio Carocci è il golden boy del cinema in piazza a Trastevere: una repubblica indipendente dalle magliette rosse a cui nessuno sa e può dire di no



Chi sicuramente non c’era all’evento di Rutelli perché con lui è in piena guerra legale è Valerio Carocci, 31 anni. Nei sogni dem sarà il futuro sindaco di Roma. Già potenziale assessore alla Cultura, tanto da spuntare nella toto-giunta di Gualtieri. Carocci – “tanto caruccio”, impazziscono le fan su Instagram – è il “Piccolo buddha”. Il golden boy del cinema in piazza a Trastevere: una repubblica indipendente dalle magliette rosse iconiche a cui nessuno sa e può dire di no perché offre alla città proiezioni incredibili e incontri con i mostri sacri del cinema. L’ex sindaca Virginia Raggi provò a farlo partecipare a un bando per la gestione della piazza, ma si scatenarono le stelle del jet set con un appello sottoscritto da oltre cento fra attori e registi internazionali. retromarcia. Carocci è stato anche il sub comandante dell’occupazione del Cinema America (“Bene comune, e subito!”) e ora è il grande architetto del cinema Troisi, struttura-gioiello, davanti al Sacher di Nanni Moretti. Il Troisi potrebbe essere l’incubatore di una nuova classe dirigente pronta a prendersi la città, a colpi di Godard, Sorrentino e TikTok. Frattocchie, scansatevi.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.