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l'intervista

"Il coltello dalla parte del manico oggi ce l'ha Putin. Le sanzioni non sono sufficienti". Parla Prodi

Claudio Cerasa

Il sogno del presidente russo, i vizi dell’Europa messi a nudo, il pacifismo silente, il Papa, i tabù sul gas. Una chiacchierata con l'ex presidente del Consiglio

Possiamo far finta di non vederla, ma una linea rossa è stata superata. E quando le linee rosse vengono superate, chi ha il compito di proteggere le democrazie ha due doveri: agire di conseguenza e chiamare le cose con il loro nome. Agire di conseguenza significa usare fino in fondo il proprio potere di deterrenza, miscelando con intelligenza il rispetto del diritto internazionale con la tutela della propria economia. Ma agire di conseguenza significa anche chiamare le cose con il loro nome. E da questo punto di vista ha perfettamente ragione Didier Reynders, commissario europeo per la Giustizia, che ieri, senza usare mezzi termini, ha affermato che la mossa della Russia è molto semplicemente un atto di guerra”.

Romano Prodi lo dice tutto d’un fiato. Lo dice con convinzione. Ma lo dice anche con il tono preoccupato. Di chi si rende conto che l’offensiva russa in Ucraina è un’offensiva che potrebbe mettere a nudo non solo la pericolosità di Putin ma anche la fragilità dell’Unione europea. “Il discorso fatto lunedì da Putin era un discorso arrogante, triste, pericoloso. E’ un discorso che ci fa rimpiangere la stagione della Guerra fredda, durante la quale l’angoscia della tragedia infinita non permetteva alle piccole e tangibili tragedie di manifestarsi con la forza d’urto che stiamo vedendo in queste ore. Putin ha ripescato il leninismo, la Grande Russia, e ha usato la retorica della nostalgia per spingere se stesso verso il limite più estremo a cui può arrivare senza dover sparare un solo colpo. Ha fatto un atto di guerra, ma non ha fatto ancora la guerra, e sta giocando una partita da pokerista: avanza dove non c’è resistenza e mette l’occidente, e l’Europa, di fronte alle sue contraddizioni”.

Contraddizioni di che tipo? “La prima contraddizione è ovviamente economica. L’Europa fa bene, anzi benissimo, a studiare tutte le sanzioni possibili. E bene ha fatto ieri Scholz, il cancelliere tedesco, ad annunciare lo stop ai lavori di Nord Stream 2. Ma Putin sa perfettamente che l’Europa difficilmente utilizzerà sanzioni così dure in grado di uccidere l’economia europea. E Putin, purtroppo, sa bene che l’Europa si presenta di fronte a questo appuntamento formalmente unita, certo, ma con una oggettiva diversità di interessi. Testimoniata anche da due fattori evidenti. Mi dica lei: l’Europa ha una politica energetica comune? Purtroppo no. E poi: l’Europa ha una politica di difesa comune? Purtroppo no. Siamo divisi militarmente, siamo divisi politicamente, abbiamo di fronte a noi solo un’unità economica e di conseguenza quando succedono grandi incidenti non si riesce a fare molto. Il coltello dalla parte del manico oggi ce l’ha Putin. Le reazioni dell’Europa, non per cattiveria, non per mancanza di volontà, ma non potranno mai essere sufficienti, se parametrate a quello che sta facendo la Russia. E sfortunatamente, se di fronte ai grandi problemi del mondo non si è uniti, allineati cioè anche nella difesa degli interessi strategici, le democrazie liberali rischiano di fare un passo indietro e rischiano di osservare in modo passivo i passi in avanti delle democrazie illiberali”.

Stanno vincendo i cattivi? “Io non so chi sta vincendo. So quello che sta succedendo”. “So che spesso, purtroppo, le democrazie liberali non riescono a mostrare la stessa efficienza delle democrazie non liberali. E so che negli ultimi anni la proliferazione dell’egemonia cinese è andata di pari passo con il rafforzamento degli autoritarismi. Penso al caso delle Filippine. Penso alla Turchia. Penso persino al Brasile. Penso a ciò che sta succedendo ai paesi dell’Asia centrale, come il Kazakistan. Penso al numero sterminato di paesi africani dove le elezioni sono fatte solo per confermare chi già governa. E penso a cosa potrebbe significare per le democrazie liberali l’avvicinamento progressivo tra due paesi come la Russia e la Cina. Quando, ai miei tempi, lavorai all’allargamento dell’Unione europea, da presidente della Commissione, Putin mi disse che per lui l’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea, dal punto di vista economico, non era un problema. La sua ossessione era la Nato. Lo ripeteva sempre. Ci diceva e mi diceva: io non farò mai affari con la Cina, la Nato però non deve mettere un piede né in Georgia né in Ucraina”. Sta dicendo che ha ragione Putin? “Sto solo spiegando perché sono preoccupato”.

Cosa la preoccupa di più? “Mi spaventa il fatto che in giro per il mondo non ci siano più mediatori all’altezza di questo nome. Penso per esempio all’Onu, che dovrebbe essere una sede di arbitrato ma che ancora una volta dimostra di contare qualcosa solo quando in ballo ci sono piccoli conflitti. Quando il conflitto si alza di intensità, di fronte alle grandi potenze, l’Onu sparisce, scoppia, non c’è più”.

Pausa, Prodi riprende. “Vede. L’America oggi può innalzare il livello delle sue reazioni. L’Europa ha dei limiti. E la Russia sa che il potere competitivo gli dà la possibilità di chiudere i rubinetti del gas da un momento all’altro”. Qualche giorno fa, l’arcivescovo maggiore di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, ha detto che se il Papa si recasse anche solo per un istante in Ucraina, non si parlerebbe più di guerra.
Non è stupito che la Chiesa cattolica non si faccia sentire? “Ci sono problemi tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa e non c’è dubbio che anche il Papa stia mostrando sensibilità al tema della diplomazia. Ma di fronte a un conflitto conta anche quello che non si vede, oltre a quello che si dice, e non escluderei che tra ciò che non si vede ci sia anche un attivismo delle chiese per difendere la pace”.

La pace, già. Romano Prodi come si spiega il fatto che di fronte a un atto di guerra come quello della Russia ci siano, in tutta Europa, così pochi pacifisti disposti a difendere la pace? “Se solo sapesse quante volte ci ho pensato in questi giorni”. E cosa ha pensato? “Ho pensato che le manifestazioni a favore della pace avvengono quando c’è un nemico chiaro. Oggi, evidentemente, chi ha manifestato in passato a favore della pace, penso per esempio in occasione della guerra in Iraq, non ha chiaro quali sono i confini della pace”. Possiamo dire che quando il cattivo è l’imperialista americano il pacifista non è confuso mentre quando il cattivo non è l’imperialista americano il pacifista è più confuso? “E’ una dinamica che contiene una sua verità”.

E possiamo dire, a proposito di dinamiche difficili da decrittare, che la crisi russa abbia messo in luce, in modo chiaro, l’incapacità da parte di un paese come l’Italia di lavorare, negli anni, per avere una sua indipendenza energetica. “Ha mai sentito parlare – dice Prodi con un sorriso – di populismo irragionevole? Ecco. Di fronte ai temi energetici l’Italia si può dire che per molto tempo è stata dominata da una forma molto grave di populismo irragionevole”.
E che danni ha fatto questo populismo? “In primo luogo, ci ha impedito di attingere al gas di cui dispone l’Italia, penso ai bacini dell’Adriatico da cui attingono in modo copioso, con una cannuccia, i paesi che si trovano dall’altra sponda del mare. E penso al fatto che sul gas sappiamo che dipenderemo sempre da alcuni lazzaroni. Ma sappiamo anche che dipendere da più lazzaroni, nel medio termine, e diversificare, è pur sempre preferibile che dipendere da un solo lazzarone”.

Ecco, dice Prodi, sull’energia il punto vero è proprio questo: “Diversificazione”. “Uso questa parola non solo quando penso al gas che abbiamo scelto di non estrarre, e che dovremmo iniziare a estrarre, ma penso anche a bacini preziosi, e ricchi di gas, come quelli che esistono nel Mediterraneo, attorno a Cipro, da cui l’Europa, e l’Italia, dovrebbe iniziare a lavorare per poter coltivare una sua maggiore indipendenza energetica. Ma se mi consente, quando parliamo di energia, c’è anche un altro populismo che mi preoccupa, che è quello legato alla transizione”. Cosa intende? “Intendo che chi lavora a una transizione energetica non può non rendersi conto che una transizione si chiama così perché prima di passare da una stagione a un’altra c’è una fase di transizione che occorre governare. E in una transizione non si può pensare di avere tutto e subito e di governare la politica energetica con le energie del futuro: non si passa da una montagna all’altra passeggiando nel vuoto. Per evitare questo, per non passeggiare nel vuoto, per proteggere insieme il nostro ambiente e il nostro benessere, bisogna rendersi conto che occorre costruire gli strumenti per raggiungere la neutralità energetica. Il gas serve, è inutile nasconderlo, e ancora oggi penso sia stato un errore aver sospeso la ricerca scientifica sul nucleare del futuro. Bisogna essere onesti con i cittadini. Bisogna difendere l’ambiente senza dimenticarci cosa vuol dire cadere nel vuoto”.

Il vuoto, già. Possiamo dire che l’Italia, in queste settimane di tensioni ai confini con l’Ucraina, non ha avuto un ruolo forte, centrale? “Credo sia oggettivo. Così come credo sia oggettivo che sia stata data una sorta di delega a Macron. Anche qui torno a dire quello che ho provato a dirle prima. L’Europa funziona se agisce in modo compatto, unito, non solo con i singoli. Per agire in modo compatto, l’Europa ha bisogno dell’Italia”.

In prospettiva, Romano Prodi vede un Draghi più debole o più forte? Non pensa che sia finita la stagione dell’insindacabilità delle sue decisioni? “Non concordo con la sua idea, direttore, che Draghi oggi sia entrato nella stagione della sindacabilità delle sue azioni. Oggi credo che Draghi sia più forte che mai, perché ha in mano uno strumento vero reale: o si segue una strada precisa o il paese torna alle elezioni. I problemi sono molti, non ce li nascondiamo, e il Parlamento di oggi è difficile da governare, ma penso che la forza del presidente del Consiglio, se la vuole usare, è più forte rispetto a quella che aveva un anno fa”.

La politica ci ingolosisce e rubiamo qualche altro minuto a Prodi per ragionare sul futuro.
Primo tema: questa maggioranza, allargata, secondo Prodi è replicabile o no? “E’ una domanda a cui non so rispondere e non le so dire né no né sì. Vedo solo una dinamica positiva, che è quella che riguarda il Pd. Enrico Letta fa bene a preparare il campo largo, ma fa bene anche a non occuparsi degli altri campi, per ora, e di preoccuparsi solo di arare il suo campo. Negli altri campi vedo un divieto d’accesso grosso. Ognuno ha un veto. Ognuno ha un problema. Ognuno ha un guaio. Il Pd ha grandi opportunità per crescere e per fare bene. Anche perché mi lasci dire un’ultima cosa. Credo sia finito il periodo dei fenomeni, sia quelli individuali che collettivi, come è stato il M5s, e credo che l'Italia sia entrata in una fase di ricerca quotidiana della normalità. Non credo sia un fenomeno reversibile, credo sia un fenomeno profondo, vero, sincero”.

Vede normalità anche nella Lega? O le manca ancora qualcosa? “E’ vero che la Lega ha votato tante volte la fiducia al governo, ora le manca solo di votare la fiducia a Giorgetti”, dice Prodi con un sorriso grande.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.