La storia

Renzi e Calenda: piccolo centro, grande rissa. Insulti e dispetti fra i due ex amici

Simone Canettieri

Il leader di Azione dice che i progetti di Italia viva gli "fanno orrore". Intanto l'ex premier fa sgarbo all'altro a Roma e Milano. La convivenza impossibile fra i due leader che ambiscono all'egemonia della stessa area politica

Sono come quegli ex compagni di banco che, terminata la scuola, si detestano. Se c’è lui a quella festa, io non vado. E quindi: “Ma chissenefrega della Leopolda!”, si sbraccia Carlo Calenda appena gli chiedono della kermesse di Matteo Renzi. I cui progetti centristi, al leader di Azione, “fanno orrore”. L’ex premier fiorentino incassa. Ma non risponde. Tuttavia gli va sempre il caffè di traverso quando la mattina legge le interviste di “Carletto” (lo chiamava così) in cui lo attacca. I due non si parlano da settimane. In compenso, appena possono, si sgambettano. E fiato alle cerbottane.

 

Renzi è al 2 per cento nei sondaggi e ormai ci scherza sopra: “Quanto deve essere noioso il restante 98 per cento?”. Calenda è in ascesa. A Roma la sua lista è stata la più votata. Ma i due consiglieri comunali che rispondono a Italia viva, dunque a Renzi, sono pronti a formare un gruppo autonomo in sostegno a Gualtieri. Di pizzicotti se ne danno tanti. “Carlo ha provato a fare  campagna acquisti fra i nostri”, confessa Ettore Rosato, numero tre di Iv. Fra i corteggiati: la ministra Elena Bonetti, i deputati Luciano Nobili e Bobo Giachetti: “Ma che ci fate ancora con quello?”. E ovviamente a “quello” è stato tutto riferito.  


A Milano Calenda e Renzi hanno costruito la lista “Riformisti per Sala” grazie al generoso amico comune, e deputato di Iv, Gianfranco Librandi. L’accordo era: chi prende più voti in lista piazza l’assessore. Ha vinto la parlamentare renziana Lisa Noja. Ma ha rifiutato il posto in giunta. Seconda è arrivata la calendiana Giulia Pastorella. Ma alla fine nella squadra di Beppe Sala è entrata Alessia Cappello, sabato sul palco della Leopolda per ringraziare “l’amico Matteo”. Subito seguita dal sindaco di Milano.

Avete capito quante gomitate si danno questi due? Si scambiano anche i bracci destri. E’ il caso del senatore Richetti, che per un periodo fu il “Matteo di complemento”. Anche lui provò il brivido di essere il quasi socio di Renzi, allegro compagno di rottamazione. Fecero un pezzo di strada insieme fino a quando l’ex premier gli preferì Stefano Bonaccini come candidato governatore in Emilia-Romagna. Adesso Richetti è l’unico senatore di Azione a Palazzo Madama. Di Renzi dice: “Fare il centro con lui? No, grazie”. E poi spesso aggiunge: “Matteo è un piromane che incendia il Palazzo”. Anche se qualche anno fa, era il 2014, pensava che fosse “il Messi della politica”.


A complicare i rapporti di questa coppia che scoppia, quella di Renzi e Calenda, c’è anche Enrico Letta. Una vecchia conoscenza di entrambi. Dentro Italia Viva sono convinti che alla fine il leader di Azione in qualche modo farà parte del nuovo Ulivo sognato dal Nazareno. “Ma io con i 5 stelle non voglio averci nulla a che fare, sono i renziani che alle ultime amministrative li hanno appoggiati insieme ai dem”, mette sempre le mani avanti l’ex candidato sindaco di Roma. Letta li osserva litigare e non commenta. Anche se spesso gli scappa questa battuta: “Sono molto bravi entrambi a mettere veti”. Però fra i due preferisce, senza nemmeno pensarci, il leader di Azione. Fateci caso: non lo attacca mai. E quando al  segretario fanno leggere “le calendate quotidiane” contro il Pd (trattasi di dichiarazioni spesso forti e urticanti a mezzo tweet) scuote la testa, mette su un sorriso e lascia correre. Non proprio la predisposizione che il “sereno per eccellenza” ha nei confronti di Renzi. “Matteo non ha rotto con il Pd, ha rotto con il nostro popolo, basta girare qualsiasi sezione: è una frattura sentimentale”, confida il segretario dem a chi gli chiede lumi sulla Leopolda. Salvo aggiungere questa battuta: “Hanno citato più il Pd di Italia viva: che ossessione”. 


Calenda è stato viceministro dello Sviluppo economico nei governi Letta e Renzi (quest’ultimo poi gli mise la feluca in testa, seppur per tre mesi, e lo inviò a Bruxelles come ambasciatore). Ma diventerà ministro con il governo Gentiloni. Il rapporto e la stima fra i due è rimasta intatta. Tanto che  da giorni il leader di Azione lancia il commissario europeo al Quirinale. Sarà un caso ma ora – come rivelato da Repubblica – anche Renzi sembra aver riallacciato i rapporti con Gentiloni. Una pace suggellata a cena, ovviamente. 


Insomma, si inseguono, hanno amici e storie che si intrecciano, su tante cose la pensano alla stessa maniera, ma alla fine Carlo e Matteo, proprio non ce la fanno a prendersi. Nonostante, per esempio, a Strasburgo si trovino nello stesso gruppo: Renew. Di cui l’europarlamentare Nicola Danti, toscano e renzianissimo, è il vicepresidente. Sabato Danti alla Leopolda confessava: “Non mi capacito di come si possa stare  insieme in Europa, facendosi la guerra in Italia. Ho provato a spiegarlo a Carlo”. Ma sembra non esserci nulla da fare. Almeno per ora. Renzi ha le truppe in Parlamento per giocarsi la partita del Colle, Calenda no e va in tv a dire “mai con il Matteo d’Arabia”. Scommettono l’uno sulla disfatta politica dell’altro. Intanto si azzuffano. Questo centro è pieno di movida.

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.