Enrico Letta (LaPresse)

Sinistre, occhio al suicidio

Claudio Cerasa

I successi della coalizione sperimentale non dureranno a lungo se gli adulti nella stanza non metteranno un punto alla stagione dei rancori. Letta, Renzi, Calenda, Conte e i veri passi per una nuova tenda

Basta fregnacce, è l’ora degli adulti nella stanza. La sconfitta dei partiti populisti alle elezioni amministrative ha innescato due reazioni pericolose all’interno del sistema politico. La prima reazione, già descritta, è quella che riguarda la destra e in particolar modo Matteo Salvini, sciaguratamente convinto che sia necessario reagire alla batosta ottenuta il 3 e 4 ottobre andando a inseguire più l’agenda Meloni che l’agenda Draghi. La seconda reazione, un po’ meno descritta, è invece quella che riguarda il cosiddetto campo largo del centrosinistra. All’interno del quale l’euforia per i risultati ottenuti nelle città ha avuto l’effetto inatteso di scatenare una competizione tutt’altro che virtuale nella stessa coalizione.

  

Da una parte emerge così il Pd più vicino a Giuseppe Conte, fortemente desideroso di mandare a quel paese il centro di Carlo Calenda e  Matteo Renzi, al punto da definire “arrogante” l’ex candidato a Roma per aver posto delle condizioni per appoggiare Roberto Gualtieri. Dall’altra parte emerge il fronte cosiddetto più centrista che, galvanizzato dal risultato ottenuto a Roma da Calenda ed eccitato dai risultati mediocri ottenuti in giro per l’Italia dal M5s, ha scelto di porre al Pd una condizione per ogni possibile alleanza futura: se si vuole stare insieme, se si vuole costruire un nuovo percorso, non si dovrà mai più correre con i grillini (il tutto ovviamente dopo aver magicamente corso insieme con i grillini in città importanti come Napoli e Bologna).

  

E così, mentre il centrosinistra torna a vincere unito, succede di vedere scenette come queste: un Conte che litiga con Calenda, un Calenda che litiga con Di Maio, un Renzi che litiga con Conte e un Letta che fa ancora un po’ di fatica a considerare Renzi come uno della squadra. Tutto nasce naturalmente da vecchie ruggini, vecchi rancori e  vecchi livori, ma la ragione vera per cui il centrosinistra non riesce ad accettare la sua nuova e inevitabile dimensione da grande alleanza sperimentale (splendida citazione di Romano Prodi) ha a che fare con l’incapacità diffusa da parte di molti leader di considerare chiuse alcune stagioni appartenenti al passato. E se è vero che i populisti non sono più forti come lo erano un tempo e se è vero che i populisti non sono più gli stessi che esistevano prima della pandemia è anche vero che i cosiddetti antipopulisti hanno il dovere di entrare rapidamente nella stanza degli adulti e di rivedere in fretta alcune strategie per evitare di correre a passi veloci verso un futuro suicidio politico.

  

Può avere un senso, per un pezzo del Pd, continuare a usare la carta dell’imminente ritorno del fascismo per combattere le destre? Può avere un senso, per un pezzo del Pd, continuare a considerare di destra Renzi e Calenda? Può avere un senso, per gli stessi Renzi e Calenda, continuare a considerare il M5s di oggi uguale a quello di ieri? E può avere un senso, per il mondo del centrosinistra, muoversi nella stagione politica attuale come se il sistema elettorale dominante fosse un sistema proporzionale e non come invece è un sistema tendenzialmente maggioritario?

   

Il fallimento al governo dei populisti, la stagione della pandemia, l’europeizzazione della politica, il tramonto dell’èra anticasta, il  tentativo di conversione dei partiti antisistema e l’ascesa irresistibile del governo Draghi hanno rimesso in discussione le coordinate non solo dei partiti di centrodestra ma anche di quelli di centrosinistra. E mai come oggi, grazie alla crisi degli ingegneri del  caos, le forze antipopuliste hanno la possibilità di aggregare ciò che fino a qualche tempo fa era impossibile da mettere insieme. E hanno di fronte l’opportunità di costruire un’alternativa al campo ristretto degli antieuropeisti allargando il proprio campo a più non posso (modello Matteo  Lepore) sulla base di una semplice premessa: costruire i prossimi sei anni dell’Italia senza tradire i patti contenuti nel Piano nazionale di riforma e resilienza. Non è il modello Unione, non è il modello armata Brancaleone e non è neppure il modello Ulivo. È l’alleanza sperimentale, destinata non a durare in eterno ma il tempo necessario per evitare che l’agenda Draghi faccia la fine di una parentesi che si va a chiudere con la stessa velocità con cui è stata aperta. Basta fregnacce, è l’ora degli adulti nella stanza.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.