Giuseppe Gualtieri e Virginia Raggi (Ansa)

Verso il Campidoglio

E adesso Gualtieri dice: “Raggi ha fatto anche cose buone”

L'alleanza rossogialla alla prova dei ballottaggi. A Torino prime prove d'intesa tra Lo Russo e Sganga

Simone Canettieri

Il candidato Pd a Roma aspetta l'endorsement di Conte e intanto riabilita la sindaca per la sua battaglia contro i clan

Speranza non tanto remota. Roberto Gualtieri, a Roma, confida nei prossimi giorni in una dichiarazione “a titolo personale” di Giuseppe Conte in vista del ballottaggio. Tipo: “Ho lavorato spalla a spalla con Roberto a Palazzo Chigi quando ci furono la pandemia e il lockdown. So bene di che pasta è fatto. E voterò per lui”.  A Torino, raccontano che Stefano Lo Russo si aspetti altrettanto dalla ex sfidante grillina Valentina Sganga. I contatti tra i due sono già in corso. Si tratta, dicono sotto la Mole, di far sbollire l’adrenalina del primo turno. 

 

Il complicato asse rossogiallo (Pd-M5s) passa dunque dalle capitali d’Italia. La prima e l’attuale. Gli equilibri però sono delicatissimi e una parola fuori posto non può che creare scompigli. Meglio andarci cauti. Anche perché i problemi sono dentro il M5s. Sia Virginia Raggi sia la collega torinese non ne fanno mistero. Si sono sentite abbandonate.   Meglio: “deluse” dall’assenza di Conte. L’ex premier nella notte dei due tracolli elettorali ha preferito filare svelto a Napoli, con Luigi Di Maio e Roberto Fico, per festeggiare la vittoria di Gaetano Manfredi. Altro che mettere la faccia su Roma e Torino, le Stalingrado franate. E quindi adesso l’avvocato del popolo dovrà giocare più all’interno del proprio campo che in quello degli alleati dem. 

 

Il vero problema è a Roma. Ieri Gualtieri ha riunito i suoi candidati per dare la linea in vista di queste due settimane di campagna elettorale. Quelle decisive. Ecco un po’ di appunti sparsi usciti fuori dalla riunione a porte chiuse. A cui però hanno partecipato più di cento persone. Cosa fare con Calenda? Il leader di Azione è arrivato terzo con il 19,8 per cento. E rimane, programmi alla mano, “quello più sovrapponibile al nostro”. L’endorsement di Calenda è dato per acquisito. Ci sarà da costruire un percorso, andranno fatte le giuste premesse, ma è dato per scontato. E invece Raggi con il 19,1 per cento? Per Gualtieri ha fatto anche cose buone: “A partire dalle sue battaglie sulla legalità contro i clan che infestano Roma. Su questo aspetto dobbiamo ribadirle la nostra gratitudine”. 

 

L’ex ministro dell’Economia è dunque costretto a dividere il grano dal loglio. Confermando un “giudizio negativo” su questi cinque anni in Campidoglio della “regina delle periferie”. Ma allo stesso tempo, salvando l’impegno legalitario della giunta pentastellata. La guerra ai clan Spada, Casamonica, Fasciani. La sindaca uscente ieri ha chiamato Gualtieri. E poi ha telefonato anche a Enrico Michetti. 

 

Notizia: Raggi sta lavorando a un incontro con i due sfidanti finiti al ballottaggio. A entrambi, se la cosa si farà, sottoporrà i dossier ancora aperti. Dall’Expo al Giubileo. Una sorta di passaggio anticipato di consegne, ma anche un modo per farsi blandire. Un amo, forse, per Gualtieri. Ma chissà. D’altronde la repulsione della grillina verso il Pd romano è abbastanza nota. Per lei i dem capitolini sono sempre stati il “male assoluto”. Lo ha ripetuto a più riprese anche in questi ultimi sprazzi di campagna elettorale. Tanto da adottare una strategia tutta a sinistra per cercare di erodere consensi a Gualtieri. E però allo stesso modo Raggi non può schiacciarsi su Conte, che non vede l’ora di abbracciare Gualtieri su un palco. Si tratta di un’ipotesi al momento “complicata”, come ammette l’ex ministro a chi gli chiede dell’amico ex premier. E forse potrebbe essere anche un boomerang. Dunque calma e gesso.

 

Di sicuro al comitato elettorale del candidato del Pd, gestito di fatto dal deputato e king maker Claudio Mancini, il clima è euforico: “Michetti non va sottovalutato, ma contiamo di vincere molto larghi tipo 57 per cento a 43”. Sarà così? Gualtieri è convinto di riuscire nell’exploit buttandosi il più possibile sui confronti diretti in televisione con l’avversario. Ma potrebbero non bastare. Anche perché il Movimento rimane la vera mina vagante sulla sua strada. Può aiutarlo, ma anche no. Stesso discorso, seppur in parte, a Torino per Lo Russo. E dunque nel dubbio. Meglio aspettare. 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.