Il personaggio

Raggi e l'ultimo giorno da sindaca di Roma. Tra precarietà e vittimismo

Cinque anni dopo la notte del successo vissuta in un ex pastificio in zona Ostiense, Raggi si ritrova in un hotel del centro tra musi lunghi e incompiutezza

Simone Canettieri

La grillina fatica ad ammettere la sconfitta: "Tengo testa alla destra e alla sinistra". Conte la spinge al ballottaggio verso Gualtieri. Ma lei frena: mai col Pd

Si è fatta sera. Il vento è cambiato. Lo staff del Campidoglio – una corte sterminata – avvisa: “La sindaca parlerà qui fuori”. Sommossa degli operatori tv contro l’assembramento: “Ahò, se lei non se vaccina so’ fatti suoi. C’è il Covid e noi entriamo dentro che c’è più spazio”. Battaglia vinta. Virginia Raggi si affaccia nella sala dell’hotel. Fa una dichiarazione di quindici secondi. Sembra una passante.  

Raggi è vestita da Raggi: pantaloni e tailleur neri su maglia bianca. Ai piedi le immancabili ballerine di vernice. Si presenta alle 19.30 all’hotel Hive, incastrato fra il quartiere Monti e Termini. Fra ceto medio riflessivo (che ripudia il M5s) e la stazione più pericolosa d’Italia (i residenti invocano ordine e sicurezza). Ha la voce rotta. L’accompagna come sempre Teodoro Fulgione, più di un portavoce in questi cinque anni. Figura centrale, sobria, ma mai doma. 


La grillina ha perso. E’ finita. Ma non lo dice, lo ammetterà solo col favore delle tenebre. Non ce la fa. Ecco le sue prime parole: “Aspettiamo dati certi. Al momento a Roma sono l’unica che sta tenendo testa alle corazzate del centrodestra e del centro sinistra con il M5s e le mie liste civiche”. Due frasi che racchiudono cinque anni. L’incertezza. Che diventano precarietà e “quasità”. Il vittimismo. Che rimanda a un pizzico di mai abbandonato complottismo, piatto forte della casa. Dopo questa constatazione, Raggi si rifugia nella sala “Nervi” dell’hotel al secondo piano. Ben guardata da enormi addetti alla sicurezza. Giuseppe Conte non si vede da queste parti. Il capo del Movimento, che Beppe Grillo chiama Mago di Oz, ha detto una roba che a leggerla bene è divertente: “I ballottaggi? Vedremo. Ma mai con la destra”. E’ come dire: chi tifo al derby della capitale? Vedremo, ma mai con la Lazio. In soccorso arriva Giulia Lupo, detta la senatrice volante perché eletta nel collegio di Fiumicino in quanto ex hostess Alitalia: “Ho coordinato la campagna di Virginia e so come la pensa: con questo Pd, quello di Roma, non si possono fare accordi”. Paola Taverna è “fuori città per lavoro”.

Cinque anni fa Raggi in un ex pastificio, in zona Ostiense, vinceva le elezioni con il 77 per cento dei voti. Diceva che “il vento stava cambiando”. Diventò un tormentone. Ma anche la promessa di una rivoluzione sempre sull’uscio. All’epoca si trovava a due passi dal “Ponte di ferro” andato in fiamme sabato notte. Un’altra immagine della Roma che brucia. Come gli autobus, come i cassonetti. Adesso che l’aria è cambiata sul serio, nel M5s non si trovano parole. In questo hotel a forma di alveare l’incanto dura pochissimo.

E’ un brivido di qualche minuto. Accade quando una proiezione di Swg dà la sindaca uscente testa a testa con Roberto Gualtieri. Sono momenti di non trascurabile felicità per chi sta in questa stanzetta. Ci sono un pugno di parlamentari di seconda fascia capitanati da Francesco Silvestri, una parte dello staff mastodontico del Campidoglio (che confuse il Colosseo con l’arena di Nîmes), l’avvocato di Beppe Grillo, Andrea Ciannavei, una volta legale del Movimento. Spunta Paolo Ferrara, simpatico ex finanziere di Ostia, colto dall’euforia.

Scodella i dati del litorale: “Siamo primi nel X municipio”. Da capogruppo del Movimento in Campidoglio un giorno pubblicò il video di una tessera del Pd data alle fiamme. Le nuove proiezioni degli istituti demoscopici riporteranno tutti sul pianeta terra. E WhatsApp andrà in down. L’antifona dopo un po’ è chiara: il Movimento ha perso, è la fine.

Ma la sindaca dov’è? La sua auto blindata, è sotto scorta per via dei Casamonica, non c’è. Farà la spola in quest’ultima giornata tra il Campidoglio e la borgata Ottavia, residenza di famiglia. Tra i vigili che si fregano le mani sotto la Lupa capitolina e il marito Andrea Severini che fino all’ultimo urla all’universo “forza Virginia!”. Sono i titoli di coda impiastrati di catrame. Raggi percorre quest’ultimo tratto da sindaca e attraversa una città che ha cantierizzato in fretta e furia.

E’ il suo Expo della normalità: coprire le buche. A pranzo solo frutta e bacche di goji. Ha comunque lottato e sfidato l’evidenza. E’ riuscita a far convergere su di sé in campagna elettorale Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Alessandro Di Battista (la lista verde ecologista sostenuta dal “Che” di Roma nord ha preso l'uno per cento. Ora Conte dovrà pregare Raggi per farle dire che Gualtieri ha fatto anche cose buone. E che quindi fra due settimane andrà votato. Per il momento l’ex sindaca non tornerà a lavorare nello studio legale in Prati.

Chissà se il suo ex “dominus” Pieremilio Sammarco la riprenderà (dicono che la scrivania di Virginia sia stata occupata da tanto tempo). Quando la sindaca, ormai ex, risale nel quartiere generale dell’hotel l’attendono musi lunghi. Gente spiaggiata sulla moquette. C’è l’ex capo segreteria Salvatore Romeo, che salì con lei sul tetto del Campidoglio. Che tempi. Lei sorride. Ringrazia. Forse riparlerà a notte fonda. Fa saluti da passante. Ormai è il passato.
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.